IL CASTELLO DELL’ANIMA

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Il Castello dell’anima viene solitamente collocato tra le opere minori di Edith Stein, uno scritto proposto dalla stessa come una delle due appendici al poderoso lavoro Essere finito e essere eterno. Come lo stesso titolo lascia intendere, vi è un esplicito rimando alla simbologia teresiana del “castello”, meravigliosamente sviluppata sotto ogni angolatura nel  Castello interiore. Teresa d’Avila propone un capolavoro di teologia mistica, sulla base della sua esperienza personale, come desiderio di divenire accompagnatrice in un viaggio personale e comune ad ognuno. Così E. Stein ne segue la traccia sottesa, le tappe scandite dal passaggio attraverso “sette stanze” per giungere alla dimore del Re; ma Edith non è Teresa e la sua ricerca è fortemente impregnata dell’esperire fenomenologico che cerca la verità, oltre le impalcature culturali, in una visione diretta, seguendo esclusivamente i richiami della realtà in carne ed ossa. Un cammino da laica, dunque, sorretta dalla certezza che “in tutto il bello e il buono che incontra in sé e intorno a sé, l’essere umano avverte la presenza di qualcosa di più grande di sé e di tutto ciò che lo circonda e si sente spinto a cercarlo e a servirlo. Ogni uomo è un cercatore di Dio” (La struttura della persona umana, Città Nuova, p. 210). In quanto laica Edith dialoga con Teresa aprendo, qua e là, nuove porte lungo il viaggio nel castello, proprio per coloro che trovano impraticabile il sentiero mistico di Teresa.

Fuori dal castello

L’anima è, allora, paragonata ad un castello: un luogo, dunque, uno spazio, una “capacità” di incontro, di relazione con Dio e con gli altri; ampiezza, grandezza, estensione, cielo, paradiso! Vi è un invito ad entrare, poiché “stare fuori” è come vivere in uno stato di “bestialità”, in un non-luogo, in un non-spazio, in uno stato di perenne assenza di relazione, di solitudine accuratamente coltivata all’interno di una tana costruita su misura, adatta ad impedire ogni possibilità di incontro: “Al di fuori della cinta delle mura si estende il mondo esterno, nell’appartamento più interiore dimora Dio. Fra questi si trovano le sei dimore che circondano quella più profonda interiore (la settima).

Gli abitanti però sono soliti gironzolare all’esterno o si arrestano alle mura di cinta, non sanno nulla dell’interiore del Castello. Veramente è strano, proprio una situazione patologica, che qualcuno non conosca la sua propria casa. In realtà però, ci sono molte anime ‘così ammalate e così abitualmente tanto occupate con le cose esterne…, che appare loro impossibile volgersi nel loro interiore. L’abitudine poi, di procedere sempre con i rettili e gli animali che stanno intorno al castello, le ha rese simili a loro’ “(E. Stein, Il castello dell’anima).

Bisogna, dunque, entrare! Si entra con la preghiera, dice Teresa; c’è anche un’altra porta d’ingresso, aggiunge E. Stein, in fondo la stessa che si presuppone come passaggio affinché “la preghiera sia degna di questo nome”: la conoscenza di sé.

Prima dimora

La prima stanza è definita dell’autoconoscenza, del divenire progressivamente coscienti della propria realtà interiore attraverso una riflessione su se stessi fortemente sostenuta dal rapporto con gli altri riuscendo a captare, per mezzo di un libero fluire delle possibilità dell’esperienza empatica, “ciò che in noi sonnecchia e perciò ci rende chiaro, in quanto empatia di strutture personali diversamente formate, quel che non siamo e quel che siamo in più o in meno rispetto agli altri. Con ciò è dato al tempo stesso, oltre all’autoconoscenza, un importante aiuto per l’autovalutazione”(E. Stein, Il problema dell’empatia).

Seconda dimora

Attraverso l’autoconoscenza ci avviciniamo a Dio”; la seconda stanza rappresenta simbolicamente il momento dell’ascolto, del rimanere attenti, protesi nel cogliere la voce della verità, i richiami di Dio, “qualche cosa che dall’esterno penetra in lei, e che essa considera ammonimenti mandati da Dio: parole in una predica, passi di libri, che le sembrano proprio adatti a lei, malattie o altri inviti. L’anima vive sempre nel e con il mondo, ma questi richiami la sospingono nel suo interiore e la sollecitano ad entrare”(Il castello dell’anima).

Terza dimora

L’abitante di questa stanza è ormai l’uomo di “fede”, di una fede che “proviene dall’udito”, che tenta di vivere un “cammino naturale e normale”, aggrappandosi con la forza della propria libera determinazione, a quanto percepisce essere “vero”: “Di fronte all’innegabile realtà per cui il mio essere è fugace, prorogato, per così dire, di momento in momento, e sempre esposto alla possibilità del nulla, sta l’altra realtà, altrettanto inconfutabile, che, nonostante questa fugacità, io sono e d’istante in istante sono conservato nell’essere e che in questo mio essere fugace colgo alcunché di duraturo. Mi sento sostenuto e trovo in ciò riposo e sicurezza: non è la sicurezza, conscia di sé, dell’uomo che, con le proprie forze, sta su un terreno solido, ma è la dolce, beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto”(E. Stein, Essere finito e essere eterno).

Quarta dimora

Ora accade un cambiamento radicale, una sorta d’invasione “straordinaria o mistica”, un incontro inaspettato, poiché ricevuto in dono, eppure ardentemente desiderato: un nuovo modo di intrattenersi con Dio, ormai “percepito” nella quiete, nel soave silenzio della contemplazione (orazione di quiete).

Ci sono notoriamente due strade per unirsi a Dio e giungere così alla perfezione dell’amore: salire faticosamente a lui grazie ai propri sforzi, certo con l’aiuto della misericordia di Dio, ed essere portati in alto verso di lui, il che permette di risparmiare molta fatica personale, anche se prepararsi a questa esperienza e saperla vivere esigono un grande sforzo di volontà”(E. Stein, Atto e persona).  Il mondo mal vede il mistico: una sorta di pregiudizio lo fa temere come possibile “modello” di orante, considerato distante e distaccato da una realtà sempre più problematica da affrontare, sempre più bisognosa di interventi efficaci e decisivi. Il mondo, dobbiamo dirlo, si è fatta una idea distorta dell’ “essere contemplativo”, che è quanto di più , oggi, si ha necessità:  non intellettuali, né parolieri della politica, né scaltri amministratori “sacri”, ma amanti di Dio e dell’uomo, poiché “il nodo della questione non sta nel pensare molto, ma nell’amare molto; pertanto fate ciò che può incitarvi maggiormente ad amare”(Teresa d’Avila).

Quinta dimora

Dall’orazione di quiete si passa all’orazione di unione: “Essere totalmente uniti alla volontà di Dio significa essere perfetti e per questo il Signore ci chiede solo due cose: l’amore per Lui e l’amore per il prossimo. Noi dobbiamo sforzarci di alimentare questo duplice amore; se lo faremo con perfezione, adempiremo la volontà di Dio e diventeremo una cosa sola con Lui”( Il castello dell’anima). Il segno più sicuro che amiamo Dio, ciò che ci rende riconoscibile il “pastore buono” e ce lo differenzia dal falso profeta, è la presenza di un amore appassionato per il prossimo: “si tratta di un amore diverso dall’amore naturale per gli uomini. L’amore naturale si dirige verso questo o verso quello, verso chi è a noi legato da vincoli di sangue, da affinità di carattere o da interessi comuni. Gli altri sono ‘estranei’, di essi non ce ne importa alcunché, anzi possiamo addirittura provare avversione nei loro riguardi a motivo della loro indole, per cui ci guardiamo bene dall’amarli. Per il cristiano non esiste alcun ‘estraneo’. Nostro ‘prossimo’ è chi sta via via davanti a noi e ha più bisogno di noi, sia egli o meno nostro parente, ci ‘piaccia’ o no, sia ‘moralmente degno’ o meno del nostro aiuto. L’amore di Cristo non conosce confini, non viene mai meno, non si ritrae di fronte all’abiezione morale e fisica”(E. Stein, Il mistero del Natale).

Sesta dimora

Ora è giunto il tempo del fidanzamento! Al di là delle esperienze mistiche (che sono concesse a pochi!), una continua comunicazione con Dio sostiene e alimenta un legame d’amore totalizzante, accompagnato da una profondissima “pena del desiderio”, che ben sperimentiamo in ogni grande legame d’amore. L’alternanza di “estasi” e di momenti di aridità scava nel profondo fino a lacerare completamente il vecchio io, lasciando spazio ad un riempimento di nuova specie: “allora diventiamo a poco a poco molto piccoli e umili, pazienti ed indulgenti verso le pagliuzze presenti negli occhi altrui, perché abbiamo da fare con la trave presente nei nostri, e infine, impariamo anche a sopportarci nella luce inesorabile della presenza di Dio e ad affidarci alla sua misericordia, che può venire a capo di tutto ciò che si fa beffe delle nostre forze. Lungo è il cammino per passare dall’autocompiacimento del ‘buon cattolico’, che ‘compie i suoi doveri’, legge un ‘buon giornale’, ‘vota nella maniera giusta’, ecc., ma per il resto fa come gli piace, ad una vita che si lascia guidare per mano da Dio ed è caratterizzata dalla semplicità del bambino e dall’umiltà del pubblicano. Chi però l’ha imboccato una volta, non lo rifà più a ritroso”(Il mistero del Natale).

Settima dimora

L’uomo anela ad avere sempre di nuovo in dono l’essere, per poter attingere ciò che l’attimo gli dà e al tempo stesso gli toglie. Non vuol lasciare ciò che gli dà pienezza, e vorrebbe essere senza fine e senza limiti, per possederlo completamente e per sempre. Gioia senza fine, felicità senza ombre, amore senza limiti, massima intensità di vita senza cedimenti, attività vigorosa che sia al tempo stesso quiete perfetta e libertà da tutte le tensioni – questa è la beatitudine eterna…Questo è l’essere che cerca l’uomo nel suo esistere”( Atto e persona).

Ed eccoci giunti, finalmente, alla settima stanza, nella parte centrale del castello, trovata dal pellegrino animato dal desiderio di conoscersi in verità: è unita al suo Amato come in un matrimonio in cui i due non possono più separarsi e, con uguaglianza di intenti, lavorano “indefessamente per il regno di Dio: ‘A ciò tende l’orazione interiore, e a questo serve anche il matrimonio spirituale: a produrre incessantemente opere su opere…’ “(Il castello dell’anima).

 

MARIA CONCETTA BOMBA ocds

(Il Castello dell’anima, 08.08.07)

 

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