E IL VERBO SI FECE CARNE……..

Qual è il significato del Natale per noi? Come lo festeggiamo? Siamo capaci di immergerci nella contemplazione del mistero del

nativita

farsi carne del Verbo?

Interrogativi che spesso tendiamo a mettere da parte, poiché ci resta difficile nel rispondere evitare le frasi banali e di circostanza.

Interrogativi, per essere più precisi, che spesso non ci poniamo nemmeno, distratti e storditi dai miti e dalle ingannevoli promesse di felicità della società dei consumi. D’altronde siamo dentro il tempo della morte di Dio e segnatamente della fine della dimensione religiosa come apertura, costitutiva della struttura dell’essere umano, al totalmente Altro e come desiderio di una compiutezza di senso che consenta all’uomo di trascendere la sua finitudine e di evitare l’abisso della disperazione.

In un mondo non abitato più da Dio è inevitabile che il Natale diventi una festa come tante altre, un’occasione per una bella vacanza. Almeno così stanno le cose per noi piccolo borghesi, ancorati alle nostre sicurezze e per lo più senza eccessive preoccupazioni di ordine economico.

Resta comunque sullo sfondo, anche se inascoltata e soffocata, la domanda fondamentale sul significato dell’incarnazione del Figlio di Dio.

Incarnazione di cui il prologo del Vangelo di Giovanni, un inno cristologico di sublime bellezza poetica e di grande fattura teologica, ci svela il significato, quel significato che sfugge all’uomo del XXI secolo sedotto dalle fabulazioni della scienza e della tecnica:<<E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

E’ il cuore dell’avvenimento cristiano: Dio nella sua incontenibile passione d’amore per l’essere umano decide di entrare nella condizione umana segnata dalla fragilità e dalla sofferenza e vi entra, nascendo in una mangiatoia, grazie al libero consenso di una donna del popolo, cui si rivolge direttamente senza servirsi di mediatori (il fidanzato, il padre o il sacerdote), in uno spazio profano e domestico, non nel Tempio di Gerusalemme, nello spazio sacro dominato dal Signore maschio.

Tutta la storia di Gesù, sin dal suo concepimento verginale nel grembo di Maria di Nazareth, è una storia di sovversione: un ebreo marginale, scomodo per il potere religioso e politico.

“Gesù nasce da Maria in seno a un popolo dominato in quel momento dal più grande impero dell’epoca. Ecco il suo <<qui e ora>>; se lo dimentichiamo, la nascita di Gesù si trasforma in un’astrazione, un simbolo, una cifra. Privo di coordinate storiche, l’avvenimento perde di significato; per il cristiano l’incarnazione rappresenta l’irruzione di Dio nella storia umana. Incarnazione della piccolezza e del servizio in mezzo al potere e alla prepotenza dei grandi di questo mondo, irruzione che sa di stalla” (G. Gutierrez).

Scrive al riguardo il biblista Ernesto Borghi: “Il Salvatore Cristo Signore è tra gli esseri umani e si fa presente in una mangiatoia: ecco un contrasto assai forte, che costituisce in sé il segno più grande, in quanto Dio si accosta all’umanità nel solidarizzare con chi si trova in condizioni certamente non di favore sociale, culturale o politico. Il rovesciamento dei valori mondani, operato dalla predicazione inizia sin dalla sua nascita così come gli echi pasquali sono evidenti a partire dal giorno natale: la mangiatoia e le fasce infantili preconizzano la tomba vuota e le bende abbandonate dal risorto”.

Si tratta di comprendere che con la nascita di Gesù inizia un mondo nuovo, alternativo a quello dei ricchi e dei potenti. Solo Gesù può portarci la vera pace che è altra rispetto alla quiete della morte e dell’oppressione. “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Lc 2,14). La pace che ci viene donata da Dio è pienezza di vita, felicità, giustizia sociale e fraternità. Certo siamo molto distanti dal Vangelo nel nostro modo di intendere la pace, a differenza dei primi cristiani che si impegnavano tanto seriamente per la pace e la non violenza da rifiutare anche a costo della vita l’obbligo del servizio militare. Infatti, come ha evidenziato Rudolf Pesch “il Vangelo della Natività per il quale non Cesare Augusto, ma Gesù di Nazareth è il Salvatore, vuol far vedere chiaramente come la pace sulla terra non si debba aspettare dove gli uomini adorano altri uomini come se fossero déi, neppure là dove l’uomo crede di estorcere l’adorazione per Dio (e così in definitiva anche per se stesso). La pace arriva dove ci sono gli uomini del <<beneplacito (divino)>>, della sua misericordia che viene effusa sul suo popolo”. Uomini dunque che danno gloria solo a Dio con la loro professione di fede in Gesù Cristo come Salvatore e Signore. Senza entrare in questa prospettiva il Natale resterà la festa mondana per eccellenza o, nel migliore dei casi, la festa del languido sentimentalismo.

                                                                   AMEDEO GUERRIERE

E IL VERBO SI FECE CARNE……..ultima modifica: 2014-12-29T09:48:48+00:00da guerriereilgeni
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