DOMENICA DI RESURREZIONE, 27 MARZO 2016 (At 10, 34. 37-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20, 1-9)

resurrezione

“Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. È il grido straziante di Maria di Magdala che cerca e non trova il suo Signore. Quando è ancora buio, affranta e prostrata dal dolore per la perdita dell’amato del suo cuore, si reca al sepolcro per mantenere con il gesto della visita un contatto, seppur fragile e nostalgico, con la storia del Maestro che sembra essersi tragicamente conclusa. La tomba però è vuota. Una ulteriore tragedia per Maria di Magdala: non c’è più nemmeno il cadavere di Gesù come ultima, ancorché labile, testimonianza della sua esistenza. Corre allora verso Pietro e l’altro discepolo per avvertirli di quanto è accaduto. Una corsa in cui si esprime tutta la sua disperazione e angoscia. È la stessa angoscia di chi non sa dove cercare e trovare il Signore. È la stessa angoscia che ci afferra, avvolge e impietrisce davanti al male assoluto, alla devastazione assoluta; davanti alle vittime degli attentati terroristici e dei democratici bombardamenti di pace; davanti alla fame di miliardi di esseri umani; davanti a chi è nella miseria più nera, senza lavoro, senza stipendio o con una pensione da fame, senza futuro e senza speranza; davanti a chi è costretto a rovistare tra le immondizie dei borghesi satolli in cerca di qualcosa da mangiare. Il Signore sembra non esserci, così come ci pare assente quando siamo colpiti nei nostri affetti o quando la sofferenza ci tocca nella nostra carne. Non sappiano veramente dov’è il Signore. La liturgia di oggi ci rammenta però che Cristo è davvero risorto, è tra noi e si dona a noi nei segni eucaristici del pane e del vino. Inutile cercare il Vivente tra i morti, come affermano gli angeli nel parallelo racconto lucano. D’altronde che valore avrebbe la nostra fede nelle sue implicazioni esistenziali se Dio non avesse resuscitato Gesù, se non avesse reso giustizia alla vittima innocente, a colui che è stato ucciso appendendolo a una croce? Ci sarebbe senza la Resurrezione speranza per tutti i crocifissi della storia? Senza di essa questo mondo corrotto non assurgerebbe forse a misura ultima, sancendo la vittoria del guardiano del lager sulla sua vittima, del dittatore sul suo popolo e dell’oppressore sull’oppresso? Oggi facciamo memoria di un evento che ha cambiato il corso della storia, che ha dato inizio a una nuova creazione (“Il primo giorno della settimana”). Si tratta della resurrezione di colui che le autorità religiose e politiche hanno condannato e assassinato, ritenendo intollerabile che la sua causa, il suo progetto e la sua utopia andassero avanti. E’ la causa del Regno che ha affascinato i primi discepoli, portandoli a riconoscere in Gesù la via della liberazione dal giogo dell’oppressione politica e religiosa. Ne consegue che la fede nella Resurrezione non è assenso a una un’astratta verità, a una raffinata costruzione dottrinale, né tanto meno la Resurrezione del Crocifisso è la rianimazione di un cadavere. Essa è ben altro: è il riconoscimento del valore supremo della prassi di Gesù. Credere nella resurrezione pertanto significa far propria la causa del Regno, significa far proprio il progetto liberatore di Dio, di cui ci parlano Scritture. E se la nostra fede riflette con fedeltà quella di Gesù, allora essa si traduce in contestazione del principio della giustizia “vendicativa” immanente a tutti gli ordinamenti giuridici su cui si regge il potere politico, quand’anche esso sia legittimato della volontà popolare. Fratelli e sorelle, non bisogna mai dimenticare che il Crocifisso è l’eletto di Dio, il che significa, riprendendo le riflessioni di un grande arcivescovo della Chiesa Anglicana, Rowan Williams, che “è con la vittima, il condannato che Dio si identifica ed è in compagnia della vittima, per così dire, che Dio va ritrovato e non altrove. Quando facciamo vittime, quando ci prestiamo alla condanna, all’esclusione, alla violenza, quando ci ergiamo a giudici siamo esposti al giudizio e volgiamo le spalle alla salvezza. Ascoltare la buona notizia della salvezza è tornare a volgerci al condannato e reietto, riconoscendo che non vi è salvezza altrove”. Si può aggiungere a questo punto che prima della fede in Gesù c’è la fede di Gesù, che si è espressa nel suo farsi vittima per essere solidale con le vittime. La pietra è stata ribaltata dal sepolcro: la porta della vita è stata aperta e perciò non v’è più luogo che non sia abitato dall’Amore del Crocifisso in quanto sorgente di vita autentica. Sorelle e fratelli, il Signore desidera risorgere nella nostra vita, per renderci donne e uomini liberi. Per riconoscere il Cristo Risorto occorre passare non attraverso la percezione sensoriale o la ragione, ma attraverso l’amore, che ci spinge a uscire dai nostri angusti confini per correre verso lui, che non è più nel sepolcro, attendendoci in Galilea, ovvero laddove l’essere umano soffre e la sua dignità è calpestata. E’ nei crocifissi che il Signore si lascia oggi come ieri incontrare. E’ a questa torsione dello sguardo, è a questa inversione di marcia che ci chiama la Pasqua di Resurrezione. “La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi”. Il Signore è veramente risorto. Alleluia, alleluia.

Amedeo Guerriere

 

ultima modifica: 2016-04-03T10:50:15+00:00da guerriereilgeni
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