NATALE DEL SIGNORE

Messa dell’Aurora (Is 62,11-12; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20)

Natale è una festa ricca di suggestioni, che ha alimentato nei secoli l’immaginazione artistica in tutte le sue molteplici forme. Oggi tuttavia quel che sembra prevalere è una retorica del Natale banale e sostanziata non di rado di crasso edonismo consumistico. E’ la retorica del sentimentalismo, del formale scambio dei regali, degli auguri, dei discorsi di circostanza, della bontà che non costa nulla. Eppure la nascita di Gesù, nativitaresta, per chi non si lascia travolgere dal vuoto e alienante intimismo pseudo-romantico, un evento straordinario, che ha cambiato il corso della storia, aprendo un orizzonte di speranza a tutti i crocifissi. Un evento straordinario, sovversivo, perché i destinatari dell’annuncio della nascita del salvatore, che è Cristo Signore, sono dei pastori, gente malfamata ed emarginata, non i sacerdoti del tempio di Gerusalemme o i dotti farisei. Ancora oggi questo annuncio è rivolto ai poveri, ai carcerati, alle prostitute, ai drogati, agli ultimi in una parola, e non ai potenti, non agli intellettuali, ladri di verità, non  ai teologi di corte o ai dignitari ecclesiastici dal comportamento talvolta altezzoso. I pastori sono dunque i destinatari dell’annuncio salvifico perché solo essi sono nella condizione per essere veri credenti. Infatti, non stanno lì a ragionare, a porsi domande, ma rispondono senza esitazioni all’invito dell’angelo. Si muovono con sollecitudine per vedere la parola che si è compiuta a Betlemme, ansiosi di incontrarsi con il loro liberatore. Entrano nella mangiatoia in cui giace il bambino appena nato e, stretti attorno a lui, danno vita a quel modello familiare e comunitario che è alla base della Chiesa delle origini, una chiesa dei poveri, rasa al suolo con la svolta costantiniana. I pastori, insieme a Maria e Giuseppe, davanti al bambino cercano di comprendere la Parola di Dio, meditando e interrogandosi a vicenda sull’esperienza che stanno vivendo. E da credenti ideali non si chiudono in un intimismo disincarnato, ma condividono con gli altri l’esperienza di un incontro inatteso e carico di stupore. Dunque sono proprio gli ultimi nella gerarchia sociale ad avere qualcosa di importante da dire. Una scena, questa descrittaci da Luca, su cui sarebbe opportuno sostare in contemplazione orante per essere trasformati dall’avvenimento del farsi carne del Figlio di Dio. L’evento dell’incarnazione è la realizzazione dell’impossibile, e di conseguenza è il principio che sorregge da sempre quella speranza senza la quale la chiesa è destinata a ridursi ad un partito che vive dei suoi successi mondani e della lotta per il potere, appoggiando ora l’uno ora l’altro degli schieramenti politici, a seconda di chi è il vincitore. Uno scabroso opportunismo che significa fondamentalmente rinnegare il maestro di Nazareth. Anche il profeta Isaia parla di speranza, additando ai rimpatriati dall’esilio in Babilonia, scoraggiati e scettici di fronte al compito immane della ricostruzione di Gerusalemme, la gloria futura della loro città. Occorre allora, in questo tempo, in cui sembra trionfare definitivamente il sistema della menzogna e della manipolazione subdola delle coscienze, entrare nel mistero del Natale per ridestare nel cuore di un’umanità soggiogata dalla fredda ragione calcolante l’attesa operosa della accadere dell’impossibile, di ciò che è un sogno infantile e utopistico, secondo il giudizio della scienza economico-borghese e dei suoi illustri portavoce, abili solo nell’escogitare, travestiti talvolta da filantropi, sempre nuovi e raffinati meccanismi fiscali di rapina: freddi contabili di astratte grandezze matematiche. Non aveva del tutto torto il grande s. Tommaso d’Aquino quando definiva
la pratica della tassazione un furto legalizzato. Si tratta, in questo drammatico passaggio epocale, di prendere coscienza del fatto che, davanti alla crisi ormai irreversibile dell’economia capitalista, l’unica risposta adeguata sta in un’economia della comunione, del dono e della gratuità. Il Vangelo non è un astratto codice di valori, con cui giudicare e condannare gli altri, ma è annuncio di liberazione. Il Natale è l’evento del nascondimento e dell’annichilimento di Dio per amore, che in quanto tale viene a illuminare la condizione umana, oscurata oggi dal nero fumo prodotto dalle torce degli inflessibili e severi guardiani del  capitale, saccheggiatori impuniti delle risorse del pianeta ed esportatori di democrazia (?) con la forza delle armi. Il Natale del Signore, nel suo legame indissolubile con la Pasqua, come rivelazione dell’amore appassionato di Dio per l’essere umano, può cambiarci realmente soltanto se inizieremo a vivere la fede, con un atteggiamento obstinate contra l’economia dello scambio degli equivalenti, come sguardo proteso verso il futuro, facendoci carico sino in fondo della sofferenza degli oppressi.

 

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SANTA TERESA DI GESU’: POVERTA’ E AMORE

ll Cammino di Perfezione: finalità dell’orazione e della vita contemplativa (1-3); requisiti per la vita di preghiera (4-9)

Pubblichiamo un’ampia sintesi della relazione sui primi nove capitoli del Cammino di Perfezione di s. Teresa di Gesù, presentata da A. Guerriere e Maria Concetta Bomba al convegno (Parrocchia Santa Maria delle Vittorie – Bari, 12 ottobre 2013) organizzato della Provincia Napoletana dei Carmelitani sul tema: “Il cielo è dentro di te” – I laici leggono il “Cammino di Perfezione”.

teresa2.jpgUna lettura attenta del Cammino di perfezione, la seconda grande opera dottrinale di Teresa di Gesù, si configura come un’avventura dello spirito, in quanto incontro con un’esperienza che per la sua autenticità e profondità ci sollecita a una revisione critica del nostro modo di essere, riscoprendo i valori, le virtù necessarie perché Cristo diventi realmente il centro dinamico della nostra esistenza. Ci sembrano a tal riguardo particolarmente pertinenti le considerazioni di Daniel De Pablo Maroto: il Cammino di perfezione “nasce dal cuore di una donna del popolo, mitizzata nell’epoca barocca che la portò agli altari, che ora ritorna a camminare tra i cristiani normali, la gente del popolo. Questo libriccino potrebbe essere definito un manuale per le comunità cristiane di base che guardano a Cristo come al supremo modello e in secondo luogo ai testimoni più qualificati per la loro esperienza, tra cui Santa Teresa”. Nei primi capitoli del Cammino di perfezione ci imbattiamo continuamente in parole come povertà, amore, distacco. Parole ritenute vuote, insignificanti e anacronistiche in una società dominata dalla logica del profitto e dell’accumulazione illimitata e senza regole della ricchezza, dall’edonismo istintuale e dalla idolatria dell’io e del corpo. Teresa, parlando non solo alle sue monache ma anche a tutti noi, esprime, con una chiarezza esemplare e con un evidente intento pedagogico, ciò che ha caratterizzato la sua esistenza di donna innamorata di Cristo e dotata di una profonda sensibilità sociale ed ecclesiale. Infatti, di fronte ai conflitti che lacerano la chiesa ella non resta indifferente, ma sente il bisogno di fare qualcosa, di dare il suo contributo, sebbene donna, per fronteggiare la crisi che sta scuotendo la cristianità. Certo Teresa descrive la riforma protestante in termini oggi non più accettabili, senza un’esatta comprensione dei problemi che l’hanno determinata, fatto questo tuttavia comprensibile non essendo correttamente informata su quel che stava accadendo in Europa, avendo cioè solo notizie di seconda mano, per di più filtrate attraverso la macchina propagandistica di una gerarchia ecclesiastica in buona parte ripiegata su se stessa, attestata su posizioni rigidamente difensive e apologetiche e più o meno gravemente compromessa con il potere secolare. Tuttavia, anche nelle pagine in cui la polemica antiprotestante si fa più virulenta, emerge la passione riformatrice di Teresa, la sua aspirazione ad un radicale cambiamento della vita religiosa nella direzione del ritorno alle fonti evangeliche, come fattore di trasformazione dello status quo e di rinnovamento ecclesiale. In tale ottica la vita contemplativa non è fuga dal mondo e dalle drammatiche contraddizioni che lo traversano ma è una modalità molto concreta o originale di stare dentro le vicissitudini storiche e religiose. Nel Cammino si ritrova questo slancio riformatore che spinge la santa a dar vita a una comunità orante, dedita cioè alla preghiera per i difensori della Chiesa, per i predicatori e per i teologi che la sostengono al fine di aiutare “come meglio si poteva questo mio Signore così perseguitato da coloro che ha tanto beneficato, da sembrare che questi traditori lo vogliano crocifiggere di nuovo e che egli non abbia dove posare il capo”. Un piccolo gruppo di monache che prega per la Chiesa in pericolo e per la salvezza e che riesce a farlo nella misura in cui segue i precetti evangelici con tutta la perfezione possibile, rifuggendo dalla mondanizzazione della vita religiosa. Ne consegue il desiderio di vivere in povertà e tutto il capitolo 2 del Cammino si presenta come uno splendido elogio della povertà, che non può oggi non interpellare la coscienza credente in una società in cui la ricchezza è l’unico valore, cui tutto deve essere subordinato, anche la teresaperfacebook1.pngvita e la dignità dell’essere umano. E’ la società della mercificazione totale e dell’alienazione dell’essere umano, ridotto a mera appendice dell’apparato produttivo. L’essere umano rischia di perdere definitivamente se stesso e anche noi credenti più spesso di quanto si pensi ci lasciamo trascinare dalla deriva della globalizzazione neocapitalista che affama i due terzi dell’umanità, se non altro disdegnando ogni forma di impegno socio-politico. Invece Teresa ci rimanda all’essenziale, alle beatitudini evangeliche, alla scelta della povertà. “La povertà è un bene che racchiude in sé tutti i beni del mondo, ci assicura un gran dominio, intendo dire che ci tende padroni di tutti i beni terreni, dal momento che ce li fa disprezzare. Che mi importa, infatti, dei re e dei potenti, se non voglio le loro ricchezze né intendo compiacere ad essi, quando per causa loro mi può accadere di dover dispiacere, sia pur poca cosa a Dio? E che mi importa dei loro onori, se sono convinta che il più grande onore per un povero è quello di essere veramente povero?”. Un passo questo da cui emerge chiaramente l’atteggiamento anticonformista e “sovversivo” di Teresa che è di bruciante attualità e su cui ogni credente farebbe bene a sostare in meditazione, chiedendosi: qual è il mio rapporto con il denaro, come investo i miei risparmi (giocando in borsa)? Che cosa conta di più nella mia vita? Il vivere in ossequio di Gesù Cristo o il successo, la carriera, il prestigio sociale? Si tratta in fondo di comprendere che non si può battere il cammino dell’orazione senza un profondo cambiamento del proprio modo di essere e di relazionarsi con gli altri, passando dall’uomo vecchio, egocentrico, possessivo e superbo all’uomo nuovo, altruista, libero e umile. Tre dunque sono i presupposti, le cose necessarie perché l’essere umano rinnovandosi interiormente possa entrare in una relazione di amicizia con il Signore: “la prima è l’amore vicendevole; il seconda il distacco da tutte le creature; la terza le vera umiltà che, sebbene nominata per ultima è la virtù principale e le abbraccia tutte”. E cosi nei capitoli 4, 6 e 7 Teresa si sofferma diffusamente sull’amore e sulle modalità in cui concretamente va articolato. Teresa distingue tra due specie di amore, “una del tutto spirituale perché nulla in esso sembra aver rapporto con la sensitività o tenerezza naturale che gli faccia perdere la sua purezza; l’altra, spirituale anch’essa, in cui allo stesso tempo l’amore è congiunto alla nostra sensitività e alla nostra debolezza”. In relazione a quest’ultimo tipo di amore Teresa evidenzia come esso schiavizzi e rechi danni evidentissimi alla comunità. Ecco perché raccomanda alle sue monache di mettere da parte l’amore sensuale per lasciarsi guidare nei loro rapporti interpersonali da un amore puro, un amore che nasce dal guardare alla ricchezza che dimora nell’interiorità dell’essere umano, andando oltre le parvenze esteriori, ancorché seducenti e i fremiti passionali del cuore. Un amore puro che tuttavia non è disincarnato, etereo e sterile. Al contrario solo esso “forgia le grandi amicizie ed è fecondo di amici” Se nell’amore sensuale balzano in primo piano i doni di natura e i valori mondani, diletti onori e ricchezze, in questo amore di contro il ruolo decisivo spetta a valori quali la verità, il bene, la felicità di colui che si ama. Allora l’amante perfetto è colui il cui amore è senza ombra di interessi personali e che pertanto desidera continuamente che la persona amata progredisca nella perfezione e si addolora se non la vede progredire. Sono queste le amicizie di cui noi abbiamo bisogno perché ci mettono davanti alla questione fondamentale che è quella della sequela di Cristo. Una comunità può essere realmente una scuola di preghiera nella misura in cui l’amicizia è vissuta in questa prospettiva teologale andando al di là da un lato del sentimentalismo e dall’altro dell’amore secessionista. Come ha scritto Tomas Alvarez: “La Santa non vuole certo proporre e imporre esclusivamente la legge dell’amore ideale: sa di parlare ad apprendiste nell’amore fraterno e sa che alla maturità affettiva si giunge dopo un lungo cammino”. A fronte del sentimentalismo si erge il nefasto amore secessionista che si radica in quegli esclusivismi affettivi che lacerano la comunità, portando al sorgere di fazioni contrapposte. Teresa allora ci prospetta un programma non astratto e irrealizzabile ma concreto, in quanto fatto di indicazioni evangeliche semplici e legate al quotidiano: saper condividere le sofferenze e le gioie dell’altro, essere altruisti, decentrati da se stessi, “togliere la fatica alle sorelle” e rapportarsi all’amico/a sempre con lealtà, nel senso di non nascondergli/le le verità dolorose ma necessarie per il suo bene. E’ questo l’amore che dovrebbe alimentare la vita delle nostre comunità, legando ognuno di noi ai nostri fratelli e alle nostre sorelle in un modo tanto profondo da non essere scosso o da essere messo in pericolo da nulla, dalle incomprensioni o dalle gelosie. Comunità di amore, comunità educanti, dove apprendere esperienzialmente quelle virtù evangeliche senza le quali non c’è vita di orazione. Comunità che siano luoghi di libertà dello spirito, senza clericali sudditanze psicologiche. A partire dal capitolo 9 l’attenzione di Teresa si volge per logica conseguenza, senza soluzione di continuità, alla seconda imagesCAZAWCKD.jpgvirtù che è quella del distacco, della libertà spirituale che si sperimenta allorché ci si affranca da ogni legame morboso sia con le cose che con le persone. E’ la libertà di chi possiede e usa le cose senza cadere nella destrutturante patologica dipendenza dalle medesime e di chi ama e vuole perciò il bene dell’altro al di là della prigione della passione. E’ anche però la libertà della contestazione profetica di un mondo iniquo, dove le disuguaglianze socio-economiche diventano sempre più profonde e intollerabili. Allora occorre raccogliere l’invito teresiano a lasciare tutto, nel senso di relativizzarlo, perché il nostro cuore sia riempito dalla presenza di Cristo, la sorgente della nostra libertà quale capacità di rapporto con le cose e con gli esseri umani nel riferimento all’Amore da cui dipendono tutti gli altri amori. Solo seguendo Cristo possiamo affrancarci da quella condizione servile che sperimentiamo dolorosamente dentro il quotidiano ogni volta che il relativo diventa l’assoluto, i nostri amori e le nostre amicizie, non radicandosi più nell’amicizia con Dio, degenerano in possessività, in strumentalizzazione dell’altro o in consegna della propria libertà ai capricci individuali. Sulla base di questi presupposti diventa intelligibile la tesi teresiana del gran bene che coloro che hanno lasciato il mondo trovano nel fuggire i parenti e quali amici più veri essi trovino allora. Nulla di nuovo, invero, si tratta semplicemente dell’invito evangelico a lasciare padre, madre, fratelli e sorelle. Senza tale distacco sul piano concreto e affettivo non si diventa adulti. D’altronde è l’esperienza che ha costruito la nostra identità: innamorarsi, lasciare madre e padre per mettere su una nuova famiglia e accogliere i figli come dono di Dio. Un cammino di libertà che ci porterà a guardare con occhi nuovi la storia da cui veniamo, i nostri genitori, parenti e amici amandoli dentro un orizzonte rischiarato dalla Parola fatta carne, nostro Signore Gesù Cristo. (IL CASTELLO DELL’ANIMA 15.10.2013)

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S.TERESA DI GESU’ BAMBINO: MARIA “E’ PIU’ MADRE CHE REGINA”

Quanto avrei desiderato essere sacerdote per predicare sulla Santa Vergine! Mi sarebbe bastata una sola volta per dire tutto ciò che penso a questo proposito. Avrei prima fatto capire quanto poco in realtà si conosca, in realtà, la sua vita. Non bisognerebbe dire cose inverosimili che non si sanno; per esempio, che piccolissima tre anni, la Santa Vergine è andata al Tempio per oil castello dell'anima,s. teresa di lisieux,spiritualità carmelitana,spiritualità marianaffrirsi a Dio con sentimenti ardenti d’amore assolutamente straordinari; mentre forse vi è andata semplicemente per obbedire ai suoi genitori. E ancora perché dire, a proposito delle parole profetiche del vecchio Simeone, che la Santa Vergine a partire da quel momento ha avuto costantemente davanti agli occhi la passione di Gesù? <<Una spada di dolore trapasserà la tua anima>>, aveva detto il vecchio. Non era dunque per il presente, lo vede bene, mia piccola Madre; era una predicazione generica per l’avvenire. Perché una predica sulla Santa Vergine mi piaccia e mi faccia del bene,bisogna che veda la sua vita reale, non supposizioni sulla sua vita; e sono sicura che la sua vita reale doveva essere semplicissima. La presentano inavvicinabile, bisognerebbe mostrarla imitabile, fare risaltare le sue virtù, dire che viveva di fede come noi, darne le prove con il Vangelo dove leggiamo: <<Non capirono ciò che diceva loro>>. E quest’altra non meno misteriosa: <<I suoi genitori erano ammirati di ciò che si diceva di lui>>. il castello dell'anima,s. teresa di lisieux,spiritualità carmelitana,spiritualità marianaQuest’ammirazione suppone un certo stupore, non trova, mia piccola Madre? Sappiamo bene che la Santa Vergine è la Regina del Cielo e della terra, ma è più Madre che Regina, e non bisogna dire, a causa delle sue prerogative, che eclissa la gloria di tutti i Santi, come il sole al suo sorgere fa scomparire le stelle. Dio mio! Che cosa strana! Una Madre che fa scomparire la gloria dei suoi figli! Io penso tutto il contrario, credo che ella aumenterà di molto lo splendore degli eletti. E’ bene parlare delle sue prerogative, ma non bisogna dire soltanto questo, e se, in una predica, si è obbligati dall’inizio alla fine, a esclamare e a fare Ah! ah! se ne ha abbastanza! Chi sa se qualche anima non arriverebbe fino a sentire una certa distanza da una creatura tanto superiore, e non si direbbe: <<Se è così, tanto vale andare a brillare come si potrà in un angolino!>>. Ciò che la Santa Vergine ha in più rispetto a noi, è che non poteva peccare, che era esente dalla macchia originale, ma d’altra parte ha avuto meno fortuna di noi, perché non ha avuto una Santa Vergine da amare; ed è una tale dolcezza in più per noi, e una tale dolcezza in meno per lei! Comunque ho detto nel mio Cantico: <<Perché ti amo, o Maria!>> tutto ciò che predicherei su di lei. (S. Teresa di Gesù Bambino, Ultimi colloqui, 21 agosto 1897)

Le parole di s. Teresa di Gesù Bambino non possono non colpirci, da un lato, per il loro evidente spessore teologico e, dall’altro, per la loro impressionante attualità. Il fatto d’altronde che la santa di Lisieux sia stata proclamata dottore della Chiesa non è casuale. Nei suoi scritti troviamo, espressa in termini accessibili, una solida dottrina spirituale di fronte a cui impallidiscono moltissimi testi di teologia, in cui il linguaggio è tanto altisonante quanto vacuo il castello dell'anima,s. teresa di lisieux,spiritualità carmelitana,spiritualità marianae in cui la sottigliezza speculativa diventa mero narcisismo intellettuale. Purtroppo ancora oggi a moltissime prediche mariane si possono muovere gli stessi rilievi critici formulati da Teresina oltre un secolo fa. Continuano ad abbondare espressioni ridondanti e retoriche fino a definire Maria “l’irraggiungibile”, “l’inimitabile” (alcuni canti mariani sono francamente orribili sia dal punto di vista musicale che testuale). Nonostante il Capitolo VIII della Lumen Gentium che ha rappresentato una tappa fondamentale per la maturazione di una riflessione mariana più ancorata alla testimonianza scritturistica e alle fonti patristiche, la stagione mariana preconciliare con alcuni suoi eccessi non sembra ancora essere tramontata, anzi si ha talvolta l’impressione che in questi ultimi decenni stia conoscendo una nuova inattesa fioritura: apparizioni e messaggi quasi quotidiani, santuari che assumono vieppiù le fattezze di grandi centri commerciali, devozionalismo languido e anestetizzante, massiccia utilizzazione, sul terreno non solo della pietà, ove conserva una sua comprensibilità e legittimità, ma anche di quello più strettamente teologico, di titoli oltremodo problematici (corredentrice etc.). Teresa di Lisieux ci invita invece a tornare alla vita reale di Maria, un’umile contadina che ha dovuto affrontare tutte le difficoltà legate alla sua identità di donna in un contesto androcentrico e classista. Tenuti saldi i dati dogmatici (verginità, maternità divina, immacolata concezione e assunzione), si tratta di confrontarsi con un’esistenza come quella di Maria centrata sull’ascolto della Parola e sulla conseguente capacità di saper scrutare i segni dei tempi, annunciando il Vangelo della liberazione, la nascita di un mondo nuovo in cui “non c’è giudeo, né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina” (Gal 3,28). Amare Maria significa pertanto assumere il suo stesso atteggiamento orante, che si traduce in prassi di trasformazione del mondo, a partire dal proprio quotidiano, secondo il progetto d’amore di Dio. Quando si dimentica l’essenziale si scivola inevitabilmente nel sentimentalismo alienante e la fede viene ridotta ad una serie di pii esercizi da utilizzare come rimedio ai propri disturbi psichici, una sorta di psicoterapia a buon mercato. Maria è vissuta di fede come noi e pertanto ci accompagna con la sua dolce presenza nel nostro cammino, non privo di asperità e di notti oscure, come discepoli del Signore crocifisso e risorto. (IL CASTELLO DELL’ANIMA 1.09.2013)

                                                          AMEDEO GUERRIERE OCDS    

 

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PADRE TITO BRANDSMA, UN UOMO MOLTO PERICOLOSO

Di padre Tito Brandsma la Graphe.it edizioni ha da poco pubblicato un libretto dal titolo Per vivere senza crudeltà sugli animali. Tito Brandsma, sacerdote carmelitano venerato come beato e martire dalla chiesa cattolica, nacque il 23 febbraio 1881 nei Paesi Bassi e morì nel campo di concentramento di Dachau il 26 luglio 1942, con una iniezione di acido fenico. Secondo la Gestapo: “Il professor Brandsma deve essere considerato un nemico della causa nazionalsocialista. Si tratta di un uomo molto pericoloso”.

 

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Dalla biografia di Tito Bransdma scritta da Maria Concetta Bomba e pubblicata nel libro Per vivere senza crudeltà sugli animali, riportiamo il paragrafo che approfondisce il rapporto tra padre Tito e la cultura. 

Padre Tito Brandsma, fomentatore di cultura

Dopo la laurea in filosofia, padre Tito Brandsma rientra a Oss con l’incarico di insegnare ai giovani chierici e di collaborare attivamente con padre Uberto (eletto nel frattempo superiore della Provincia di Olanda dell’Ordine Carmelitano) a un progetto di rinnovamento di vita conventuale attraverso una riqualificazione culturale di incisivo cambiamento. Si cerca anche di impostare una rivista più approfondita, maggiormente impegnata a diffondere idee e contenuti sempre meno al servizio di quel devozionismo sentimentalistico tipico di certi ambienti ecclesiali: nasce così Karmelrozen (Rose del Carmelo) che in breve tempo ottiene una diffusione di ampio respiro.

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Ma Tito torna ad approfondire nuovamente lo studio del misticismo attraverso la traduzione dallo spagnolo delle opere di Teresa di Gesù. La mistica che sta a cuore a Tito non è sinonimo di alienazione, di separazione dalla vita; mistica è esaltazione, realizzazione delle potenze umane: un altro modo di dire “incarnazione”, Dio “sfondo” dell’universo, onnipresente in tutto l’esistente, che sia il prossimo, che sia la natura, che sia qualunque essere vivente.

 

 

Non si deve porre nei nostri cuori una divisione tra Dio e il mondo. Ma si deve guardare il mondo avendo Dio sullo sfondo, in modo tale che Egli non faccia contrasto col mondo stesso.

 

Tito vede nella cultura la strada per “provocare” il pensiero: abile stimolatore di idee e di conoscenza porta avanti, con spirito ecumenico, iniziative tese ad avvicinare cattolici e protestanti attraverso il recupero delle tradizioni religiose frisoni precedenti alla riforma protestante, favorendo in tal modo un ritorno comune alle radici della cultura e della religiosità locale in un clima di incontro su un terreno di comune appartenenza.

Tutta questa attività frenetica di diffusione di sapienza al servizio della vita avviene dal 1909 al 1923 a Oss in maniera continuativa. Dopodiché, in seguito alla fondazione dell’Università Cattolica a Nimega, viene nominato professore delle materie filosofiche il 27 giugno 1923.

A quarantadue anni inizia questo ulteriore tratto di strada: contribuisce in modo particolare alla ricerca e all’approfondimento della mistica olandese arricchendo la Biblioteca dell’Istituto di libri, studi e antichi manoscritti. La sua vita si svolge tra l’Università, a Nimega, durante i giorni feriali e vita conventuale, a Oss, nel fine settimana, fino a gennaio 1930, data che segna l’inaugurazione di un nuovo convento a Nimega. Ciò significò vita condivisa a tempo pieno con i confratelli, ma anche opportunità di organizzare un congresso di mistica con giornate di studio nei locali del nuovo convento.

Nel 1932 riceve la carica di Rettore Magnifico dell’Università Cattolica di Nimega, dopo circa venti anni di insegnamento al suo interno e una instancabile voglia di segni tangibili di presenza umanizzante:

 

Non basta insistere sul vivere nella pratica la nostra fede e stimolarci a questo: occorre fare di più. Dobbiamo capire il nostro tempo e non estraniarci dalla storia. Anche noi siamo figli del nostro tempo: siamolo con chiara coscienza. Lasciamo che il tempo attuale agisca su di noi con ciò che di buono ha… Neppur più la fede è sufficiente da sola: essa deve manifestarsi operando nell’agire; nelle azioni deve manifestare tutto il suo valore.

 

E questa azione richiesta dalla stessa fede, Tito la manifesterà fino alla fine accettando nel 1935, e portandone il peso fino alle estreme conseguenze dell’arresto e della sua uccisione, l’incarico di assistente nazionale dei giornalisti cattolici. (Tratto dal blog della graphe.it) 

 

Si consiglia la consultazione  dell’interessante catalogo della graphe.it  

Continua a leggere su GraphoMania: http://blog.graphe.it/2013/07/26/padre-tito-brandsma-un-uomo-molto-pericoloso#ixzz2dGIgs6KU

 

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I CONVEGNO INTERNAZIONALE DI MISTICA – ASSISI 5-8 SETTEMBRE 2013

 

Provincia dell’Umbria dei Frati Minori Cappuccini

 

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     Domus Laetitiae – Assisi

            Centro di Spiritualità per la promozione

       dei tempi forti dello spirito

   Aggregato F.I.E.S. n.281

 

           Viale Giovanni XXIII, 2

  06081  Assisi(PG)

     Tel. +39 075 812792

      Fax + 39 075 815184

                                              www.domuslaetitiaeassisi.it;  

info@domuslaetitiaeassisi.it

   Responsabile organizzativo

  Corsi di Esercizi Spirituali:              

                                                                                                   Cellulare +39 389 6799095

Luca Lucchini 

 mail: luca.lucchini@domuslaetitiaeassisi.it 

 

5 – 8 settembre 2013

 

I° Convegno Internazionale di Mistica cristiana

 

Ecco sto alla porta e busso” (Ap 3,20)

Orientamenti scientifici e pastorali 

 

Mercoledì 4 settembre

 

Pomeriggio: arrivi e sistemazioni nelle camere

 

Ore 19,45 Cena

 

Giovedì 5 settembre

 

Coordinatore: Prof. MARIA ROSARIA DEL GENIO, Autrice ed esperta di storia della mistica

Ore 09,00-09,15 Saluto del M. Rev.do P. CELESTINO DI NARDO O.F.M. Cap. Ministro Provinciale dei Frati Minori Cappuccini dell’Umbria

 

 

Ore 10,15-11,00 <<Santità e mistica>> relazone a cura di S. Em.za Rev.ma il Sig. Card. JOSE’ SARAIVA-MARTINS C.M.F. Prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi. 

 

Ore 11,30-12,30: Dibattito 

 

Ore 13 ,00:  Pranzo

 

Ore 15,30-16,15  «Lasciatevi guidare dallo Spirito» (Gal. 5) relazione a cura di Sua Ecc.za Rev.ma Mons. BENIGNO LUIGI PAPA O.F.M. Cap Arcivescovo emerito di Taranto

 

Ore 16,30-17,15:  «Il vissuto mistico nella cultura orientale» relazione a cura di S. Ecc.za Rev.ma Mons. YANNA SPITERIS O.F.M. Cap, Arcivescovo metroplita di Corfù

 

Ore 17,30-18,15: Dibattito

 

Ore 18,30:   Solenne Concelebrazione Eucaristica

 

Ore 20,00: Cena

 

 

Venerdì 6 settembre

 

 

 

Coordinatore: Mons. CARLO FABRIS Officiale della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e docente di Teologia alla Pontificia Università Lateranense

 

Ore 09,15-10,00 «Il vissuto mistico in Europa» relazione a cura di S. Ecc.za Rev.ma Mons. Giovanni D’ERCOLE Vescovo ausiliare Arcidiocesi di L’Aquila

 

Ore 10,15-11,00 «Mistica e cultura» relazione a cura di S. Ecc.za Rev.ma Mons. LORENZO CHIARINELLI, Vescovo emerito di Viterbo

 

Ore 11,30-12,30 Dibattito

 

Ore 13,00 Pranzo

 

Ore 16,30 Visita alla Basilica papale di San Francesco

 

Ore 17,30 Concelebrazione eucaristica nella Cappella di frate Elia

 

Ore 20,00 Cena

 

 

Sabato 7

 

Coordinatore: Mons. VITTORIO PERI Presidente nazionale UAC e Vicario episcopale per la Cultura diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino

 

Ore 09,15-10,00 «De Maria per viam Creationis, Humanitatis, Redemptionis et Pulchritudinis. La Mistica della Ferialità» a cura di SuaEcc.za Rev.ma. Mons. LUCIO RENNA O.C.D. Vescovo di San Severo

Ore 10,15-11,00 «La mistica cristiana è mistica ecclesiale» relazione a cura di S. Em.za Rev.ma il Sig. Cardinale RAFFAELE FARINA, Prefetto emerito della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Ore 11,30-12,30 Dibattito

Ore 13 ,00 Pranzo

 

Ore 16,00 «Il vissuto mistico nelle Scuole»:

 

· Domenicana: M. Rev. P. GIANNI FESTA O.P. Priore del Convento Domenicano di Milano;

 

· Francescana: M. Rev. P. RAFFAELE DI MURO O.F.M. Conv. Docente di Teologia Spirituale e Spiritualità Francescana alla Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura e di Storia della Spiritualità medievale al Teresianum, Roma;

 

· Gesuita: M. Rev. P. Carlo COLONNA S.I. Teologo, studioso di spiritualità e mistica – Bari

 

· Carmelitana: M. Rev. P. LUIGI BORRIELLO O.C.D. già Promotore della Fede alla Congregazione per le Cause dei Santi, docente di Teologia e studioso di Mistica

 

 

Ore 18,30 Concelebrazione eucaristica conclusiva

 

 

Ore 20,00 Cena

 

Comitato Organizzativo:

· S. Ecc.za Rev.ma Mons. DOMENICO SORRENTINO Arcivescovo, Vescovo di Assisi –Nocera Umbra – Gualdo Tadino

· M. Rev.do Prof. P. LUIGI BORRIELLO O.C.D., già Promotore della Fede alla Congregazione per le Cause dei Santi, docente di Teologia e studioso di Mistica

· M. Rev.do P. CELESTINO DI NARDO O.F.M. Cap. Ministro Provinciale dei Frati Minori Cappuccini dell’Umbria

· Prof. MARIA ROSARIA DEL GENIO, Autrice ed esperta di storia della mistica

· LUCA LUCCHINI, Autore di spiritualità e mistica e Responsabile organizzativo Corsi di Spiritualità della Domus Lætitiæ

 

Quota di partecipazione:

RESIDENTI

· € 45,00 (quarantacinque) al giorno a persona; supplemento camera singola € 8 al giorno a persona.

· Per la conferma è gradito il versamento di una caparra di € 50 intestata a:

Provincia dell’Umbria dei Frati Minori Cappuccini (inviare copia di conferma via fax o mail);

IBAN: IT 77 I 02008 38278 000029439450, UniCredit Banca – Agenzia Assisi Madonna dell’Olivo;

Causale: Caparra di …[nome]… Corso di Esercizi spirituali dal … al… UDITORI NON RESIDENZIALI € 30 (trenta); pranzo e/o cena previa prenotazione € 11 (undici).

Per informazioni telefonare a Luca Lucchini al numero 075 812792 oppure scrivere una mail all’indirizzo: luca.lucchini@domuslaetitiaeassisi.it

 

 

 

 

 

 

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TITO BRANDSMA: TESTIMONE DELL’AMORE DI DIO A DACHAU

Un religioso esemplare, un insigne studioso di filosofia e mistica, un giornalista, ma innanzitutto un

intrepido testimone della fede dentro l’orrore dei campi di concentramento: è questa la sintesi dell’esperienza umana e cristiana di Tito Brandsma, nato il 23 febbraio in Olanda e morto nel lager di Dachau il 26 luglio 1942. E’ stato beatificatobrandsma3.jpg da Giovanni Paolo II il 3 novembre 1985: “Matura ancora una volta alla gloria degli altari un uomo che è passato attraverso il tormento del campo di concentramento, quello di Dachau. Un uomo che <subì castighi> (Sap 3,4). E proprio in mezzo a questo castigo, in mezzo al campo di concentramento, che rimane marchio di infamia del nostro secolo, Dio ha trovato Brandsma degno di sé (Cfr Sap 3,5)”. Dalla terribile prova della violenza e dell’odio – ha aggiunto Giovanni Paolo II – Brandsma è uscito vincitore poiché “in mezzo all’imperversare dell’odio, egli ha saputo amare, tutti, anche i suoi aguzzini: <Sono anch’essi figli del buon Dio>, diceva, e chissà se qualcosa rimane in loro”. Una splendida figura di resistenza cristiana alla barbarie nazista, in cui si ritrovano tutte le caratteristiche essenziali del carisma carmelitano e in cui sembra rivivere lo spirito del Profeta Elia.

Laureato in filosofia all’Università Gregoriana di Roma, dal 1923 è professore di filosofia e mistica nella neonata Università Cattolica di Nimega, divenendone rettore nel 1932. Per Brandsma il mistico non deve essere visto “come colui che sta fuori della vita e della storia. Anzi chiunque vive la storia e ne porta il peso responsabilmente, deve sentire come suo primario, supremo compito, arrivare alla conoscenza di se stesso: la più difficile ma anche la più bella di tutte le imprese umane. E attraverso il suo intelletto giungere ad incontrare Dio nella profondità della propria vita. Lì si deve arrivare. Possa pure l’acqua dell’esistenza essere intorbidita dalle burrasche della vita! Tornerà la quiete, lo sguardo pacificato andrà nelle profondità: lì saremo capaci di vedere Dio. Contemplare Dio significa lasciarsi da Lui influenzare in tutta la nostra condotta. Dio si manifesterà allora anche nelle nostre opere”. Il mistico vive nella consapevolezza che il vero amore del prossimo può scaturire solo dall’intima unione con Dio. La fede deve rendersi manifesta nell’azione per rendere l’immagine di Dio “un ideale trainante”, capace di affascinare gli uomini. L’impegno apostolico “deve provenire da un cuore abitato da Dio; la nostra azione deve giungere dal nostro intimo sacrario dove Dio decreta e consiglia il da farsi”. La prospettiva di Bransdma presenta evidenti analogie con la nozione di “contemplazione per le strade” elaborata dai coniugi Jacques e Raissa Maritain. Parole che il carmelitano olandese ha fatto proprie come religioso e intellettuale, conosciuto e apprezzato per i suoi studi sulla mistica carmelitana e fiamminga, nei quali peraltro ha sottolineato in termini originali la dimensione apostolica del magistero di Teresa d’Avila, la cui dottrina non è quietistica, in quanto attenta alla “pratica delle virtù, perfino nei più alti stati della contemplazione mistica e nella più intima unione con Dio”. Nel 1933 in Germania sale al potere Hitler, l’Europa entra nella notte della barbarie totalitaria. Un fatto che nei suoi sviluppi successivi marcherà la storia del XX secolo con una scia di eventi tanto brutali e inenarrabili da portare un raffinato intellettuale come T. W. Adorno alla triste conclusione “che tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica ad essa, è spazzatura”. Brandsma coglie subito con grande lucidità la somma pericolosità del nazismo e condanna senza mezzi termini la persecuzione degli ebrei. “Ciò che viene fatto agli ebrei è un atto di viltà. I nemici e i persecutori degli ebrei sono senza dubbio un numero esiguo. E’ un delirio di debolezza pensare che, in questo modo, manifestino o aumentino la forza del popolo”. I giudizi dell’intellettuale carmelitano sul nazismo sono netti e taglienti: “ideale erroneo e infondato, insana e delirante comprensione, nera menzogna”, che non solo opprime gli uomini ma inquina anche le coscienze. Il contrasto con l’ideologia nazista in nome del Vangelo e dei principi che ne derivano è radicale e incomponibile. Nel 1939, e per l’esattezza il 16 luglio, la sua passione bruciante per la verità e l’uomo, il cui volto viene sfigurato dalla follia dell’ideologia nazionalsocialista esplode in una celebrazione piena di pathos della forza travolgente dell’amore cristiano: “Viviamo in un mondo nel quale si condanna persino l’amore chiamandolo debolezza da superare. Niente amore, si dice, ma sviluppo della propria forza. Ciascuno sua il più forte possibile, lasci perire i deboli. brandsma.jpgDicono che la religione crisitana con la predicazione dell’amore abbia fatto il suo tempo e debba essere sostituita dall’antica potenza germanica. Oh!, sì, vengono a voi con queste dottrine e trovano gente che le accetta volentieri. L’amore viene disconosciuto. <Amor non amatur> diceva già s. Francesco d’Assisi ed alcuni secoli più tardi, a Firenze, s. Maria Maddalena de’ Pazzi suonava, in estasi, la campana del monastero delle monache carmelitane per dire alla gente come sia bello l’amore. Oh! Anch’io vorrei far suonare le campane per dire al mondo com’è bello l’amore. Benché il neopaganesimo (nazionalsocialismo) non voglia più l’amore, nondimeno noi vinceremo con l’amore questo neopaganesimo”. Il 10 dicembre 1940 l’esercito del Reich invade l’Olanda travolgendone le deboli resistenze. Viene insediato un governo fantoccio che vara una serie di provvedimenti restrittivi delle libertà fondamentali. L’atteggiamento fermo di Brandsma di fronte alle misure vessatorie del regime traspare in termini chiari da una lettera invita l’8 marzo 1941 alla sorella Gatsche: “Se non prendiamo posizione verremo calpestati. In ogni caso i nazionalsocialisti debbono sapere che cosa consideriamo nostro diritto. Comunque vadano a finire le cose, cercheremo di rimanere calmi e rassegnarci all’inevitabile. Dio avrà l’ultima parola. Nelle sue mani siamo al sicuro. Al suo ordinamento nessuno può resistere”.  Infine il 18 dicembre 1941 il Ministero della Propaganda decreta l’obbligo per tutti i giornali di pubblicare le inserzioni pubblicitarie del movimento nazionalsocialista olandese. La misura mira a piegare la resistenza della stampa cattolica. La presa di posizione di Brandsma, quale assistente ecclesiastico dei giornali cattolici, è dura, non lascia margini di manovra: l’imposizione deve essere rigettata senza tentennamenti anche “in caso di minaccia di una forte multa, oppure di sospensione o liquidazione del giornale in questione. Non c’è niente da fare. Con questo siamo giunti al limite”. E, prosegue Tito nella sua circolare, “tutti coloro che si occupano di stampa cattolica dovranno prendere nota di questo nostro punto di vista. Se per caso non lo approvassero e decidessero di agire altrimenti, sappiano che i loro giornali non dovranno più essere considerati cattolici, anche se continueranno ad esistere materialmente….Dovranno finire nel disonore”. La chiara presa di posizione non può essere ignorata. Scatta l’arresto il 19 gennaio 1941 e due giorni dopo l’interrogatorio nel carcere di Schevenigen. Il giovane funzionario di polizia, Hardegen, responsabile del procedimento, non soddisfatto di quanto emerso dall’interrogatorio, chiede all’arrestato una risposta scritta alla seguente domanda: “Come mai gli olandesi e in particolare la Chiesa cattolica si oppongono così tenacemente al Movimento nazionalsocialista olandese?”. La risposta è esauriente, lunga ben nove cartelle, una coraggiosa professione di fede davanti al tiranno, una risposta franca, con giudizi severi sul movimento, condannato per la sua estrema arroganza e per l’incompetenza di tanti suoi dirigenti: “Il nostro popolo vuole ordine e pace. Riconosce autorità e leggi, ma rinnegherebbe la sua storia, le sue tradizioni, se non sentisse l’occupazione come una cosa violenta nella sua esistenza”. Con tale risposta firma la propria condanna a morte, che non tarderà ad essere eseguita. La testimonianza più commovente sulle ultime ore del beato Tito è quella dell’infermiera che gli ha somministrato per via endovenosa la dose mortale di acido fenico. Una testimone d’eccezione nel corso del processo di beatificazione, coperta dall’anonimato in quanto ricercata dalla giustizia internazionale, convertita dalla bontà e dalla mitezza di un uomo sofferente, inerme, tolto brutalmente di mezzo per la sua coerenza. “Il servo di Dio aveva molta compassione di me. Mi chiedeva perché ero andata a finire lì. Allora raccontai come erano andate le cose. Anche nei miei riguardi non mostrava il minimo odio… Chiunque lo vedeva ritraeva dal suo comportamento l’impressione che c’era in lui qualcosa si soprannaturale”. Sono la compassione e la bontà che fioriscono sul terreno dell’amicizia con Dio, quale preghiera che ci cala nelle viscere della storia. L’esperienza contemplativa non è pertanto un movimento di estraneazione dalla realtà per approdare ad un intimismo tanto devoto quanto vuoto, ma è essenzialmente tensione d’amore verso la realtà per cogliervi le tracce e le interpellanze di Dio. Paradossalmente la scarsa incidenza storica del cristianesimo nell’età contemporanea – al di là delle suggestive mobilitazioni di piazza – è da ascrivere innanzitutto al progressivo restringimento degli orizzonti contemplativi. In Brandsma emerge la dimensione profetica del carisma carmelitano e perciò la fede ci si presenta dialetticamente nella purezza della sua trascendenza e ad un tempo nella forza rivoluzionaria del suo dispiegarsi storico, al di là della tentazione, ricorrente nella storia del cristianesimo, di piegarla ad un disegno politico e di farne uno strumento di giustificazione della violenza immanente a buona parte degli ordinamenti giuridico-statuali che hanno determinato lo sviluppo della civiltà umana. Si potrebbe al riguardo accennare al convenire del “progressismo” e del tradizionalismo nell’assolutizzazione della storia, da cui l’identità cristiana esce amputata della verticalità che ne sorregge la fecondità intramondana; la storia, come passato o come futuro, è la fonte della verità. Un’ulteriore riflessione ci sovviene innanzi alla testimonianza di Tito Brandsma, interpellando le nostre coscienze. Può essere cristiano, ieri come oggi, chi non è pronto a dare la propria vita perché la verità non sia condannata ad uscire di scena dalla storia dell’uomo? Può essere, ieri come oggi, testimone della verità per riprendere alcune espressioni di un grande pensatore come S. Kierkegaard, coraggioso fustigatore della cristianità borghese, chi non è un uomo “che in povertà, umiltà e abbassamento, è misconosciuto, odiato, aborrito, disprezzato, schernito”, che ha “la persecuzione per suo pane quotidiano, ed è trattato come un rifiuto”?

Nella cella del carcere di Schevenigen il colloquio con il Signore di questa grande anima orante si è sciolto in canto lirico, quasi a sigillare con la bellezza dell’arte, riflesso della gloria di Dio, un’esistenza d’amore:

 

Quando ti guardo, o Gesù,

comprendo che tu mi ami,

come il più caro degli amici,

e sento di amarti

come il mio bene supremo.

Il tuo amore, lo so,

richiede sofferenza e coraggio;

ma la sofferenza è l’unica

strada alla tua gloria.

Se nuovi dolori

si aggiungono nel mio cuore,

li considero come un dolce dono;

perché mi fanno più simile a te,

perché mi uniscono a te.

Lasciatemi solo,

in questo freddo:

non ho più bisogno di nessuno,

la solitudine non mi incute paura,

perché tu sei vicino a me.

Fermati Gesù non mi lasciare!

La tua divina presenza

rende facile e bella ogni cosa

                                                                                       AMEDEO GUERRIERE OCDS

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LA PASQUA DI MARIA

 

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – SOLENNITA’

(Letture Messa del giorno: Ap 11,19; 12, 1-6a. 10ab /Cor 15,20-27 / Lc 1,39-56)

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La nostra epoca potrebbe essere definita come l’epoca del tramonto della speranza.

L’essere umano dopo le catastrofi che hanno segnato il ventesimo secolo non spera

più in nulla e guardando al passato vede solo macerie, giungendo alla triste

conclusione che la storia dell’umanità è stata in ultima analisi una catena

ininterrotta di misfatti, di brutale violenza e di oppressione del povero. E‘ questa la

tristezza di fondo dell’uomo contemporaneo, che spiega per alcuni aspetti perché le

patologie della psiche siano oggi particolarmente diffuse (depressione, dipendenza da alcol

e sostenze stufecanti, gioco d’azzardo patologico). Tuttavia lo sguardo di Dio

sulla storia dell’uomo è uno sguardo diverso da quello cui siamo stati educati

dall’ideologia che identifica la verità con la forza: Dio giudica diversamente e non è

il garante dei trionfi e dei successi dei potenti, ma è Colui che si prende cura con la

tenerezza di una madre di coloro che hanno subito violenza, che sono stati

calpestati nella loro dignità, che hanno molto sofferto. E’ il Dio che ha liberato

Israele dalla schiavitù di Egitto ed è di questo Dio che Maria di Nazareth canta la

grandezza: “ha rovesciato i potenti e ha innalzato gli umili”. Ecco perché il

Magnificat è stato definito “un inno che risuona come la Marsigliese del fronte

cristiano nelle lotte tra le potenze e gli oppressi di questo mondo” (J. Moltmann),

“un canto di guerra, canto della battaglia di Dio nella storia umana, come battaglia

per l’instaurazione di un mondo di rapporti egualitari, di rispetto profondo di

ciascun essere in cui abita la divinità” (I. Gebara e M.C.L. Bingemer). La scena

evangelica della solennità dell’Assunta ci rinvia al carattere sovversivo

dell’incarnazione poiché, per dirla con le parole di Lutero: “Cristo è nato da una

famiglia disprezzata, da questa povera e semplice ragazzina, che la figlia del Signor

Anna o Caifa non avrebbe considerato degna di essere l’ultima delle sue cameriere”

Ora partire dalla prospettiva del Magnificat, del canto della liberazione messianica,

significa entrare nel dramma della storia che ultimamente è sfida tra Dio e il suo

avversario che mira a prenderne il posto nella signoria sugli uomini. Siamo dunque

chiamati a una scelta di campo nella resistenza contro il drago rosso, che non è

un’entità confinata nei cieli astratti della metafisica, ma sono i sistemi iniqui, come

ad esempio l’impero romano, il nazismo e il comunismo nel XX secolo e ai giorni

nostri la globalizzazione neocapitalistica con le sue ipostasi, dalle multinazionali

alle banche che dettano le politiche economiche dei governi. E’ il messaggio che ci

giunge dall’Apocalisse, l’autentico libro dei martiri: prendere la distanze da

Babilonia: “Uscite popolo mio per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte

dei suoi flagelli” (Ap 18,4). Una resistenza nutrita di speranza, che è attesa del

trionfo finale dell’Amore, una speranza non astratta, ma concreta, poiché radicata in

un fatto reale che è la resurrezione di Cristo, promessa di resurrezione per tutta

l’umanità. Le letture di oggi ci parlano di speranza. Si pensi all’affermazione di

Paolo sulla fine quando Cristo consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al

nulla ogni Principato e Potenza. Maria è dentro la drammaticità della nostra

vicenda come icona della speranza cristiana, ovvero rappresenta il destino della

Chiesa e del mondo. “Nostra Signore della gloria, con e dietro al Signore della

gloria, proclama la verità che il destino ultimo dell’uomo e del mondo non è il nulla

ma la pienezza della vita” L’Assunzione è l’intronizzazione degli umili ed è quindi

“un’espressione particolarmente eloquente della giustizia di Dio, il goel di tutti gli

uccisi e massacrati della storia. Per dirla con Max Horkheimer, l’Assunzione è una

realizzazione tutta particolare dell’anelito che <<l’assassino non possa trionfare

sulla vittima innocente>>” (C. Boff) Certo ci basta il Risorto per avere fede nella

vittoria sulla morte e il peccato. Tuttavia l’Assunzione come Pasqua di Maria

conferma la nostra Pasqua, la nostra resurrezione nell’ora della morte. E la sua via

crucis verso la gloria ci rinvia alla via crucis dei poveri. La Croce della Vergine,

infatti, si identica con la croce dei poveri e degli emarginati, con la loro crocifissione

decretata dai potenti di questo mondo nel corso dei secoli. Ne consegue che

guardando a lei, come immagine della vittoria finale e totale sulle forze oscure e

malvagie che hanno contrassegnato la storia umana, si ridesta nei nostri cuori una

speranza che si traduce nella prassi come dedizione incondizionata alla causa del

Regno di Dio. E’ questa la tradizione da custodire gelosamente, una tradizione viva,

fonte di impegno, di amore verso poveri e i sofferenti, e di riscoperta dei valori della

corporeità, al di là di una deleteria spiritualità disincarnata e di un anacronistico

sentimentalismo devozionale. Onore e gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.

Amen. (IL CASTELLO DELL’ANIMA 15.08.2012 – REV. DEL 13.08.2013)

                                                                      AMEDEO GUERRIERE

 

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“NEL REGNO DI COLUI CHE TANTO AMIAMO E CHE PURE TANTO CI AMA” (TERESA DI GESU’)

 

Chi ama veramente il Signore, ama tutto ciò che è buono, vuole tutto ciò che è buono, loda tutto ciò che è buono, favorisce tutto ciò che è buono, non si accompagna che con i buoni per aiutarli e difenderli: insomma, non ama che la verità e ciò che è degno di essere amato. Non crediate che sia possibile a chi ama veramente Dio, amare insieme le vanità della terra. Neppure lo potrebbe se si trattasse di ricchezze, di onori, di piaceri o di qualunque altra cosa del mondo. Ha in orrore le invidie e le contese: sua unica cura è di contentare l’Amato. Muore dal desiderio di essere da Lui riamato, e consuma la vita nella brama di amarlo sempre più. E un tale amore potrebbe tenersi nascosto? No, se è vero amor di Dio, non è possibile. Considerate san Paolo e santa Maria Maddalena. In appena tre giorni san Paolo si mostra già malato di amore; e la Maddalena fin dal primo giorno. E com’era evidente il loro amore! Certo che l’amore ha i suoi gradi e si manifesta più o meno a seconda della sua portata. Se è piccolo, si manifesta poco, e se è grande molto. Ma, sia piccolo che grande, quando è vero amore, si fa sempre conoscere. Quanto a riconoscere chi possiede questo amore non potrete sbagliare, perché non soGEUERRIERE A., MEDITAZIONI, S. TERESA DI GESU', IL CASTELLO DELL'ANIMA, come possa nascondersi. L’amore che noi portiamo alle creature è tanto basso che neppure merita questo nome, perché fondato sul nulla. Eppure si dice che non si riesca a nascondere, e che più si manifesta quanto più si cerca di dissimularlo. Ora, possibile che sappia dissimularsi quest’altro, tanto forte e giusto che va sempre aumentando e che trova in ogni cosa di che maggiormente avvampare? Esso si fonda sull’intima certezza di venir ricambiato con l’amore di un Dio, della cui tenerezza non si può certo dubitare, per avercele Lui stesso dimostrata con ogni sorta di tormenti e di travagli, fino allo spargimento di sangue, fino all’immolazione della sua stessa vita, appunto per lasciarcene persuasi. O gran Dio! Che differenza fra l’uno e l’altro di questi amori per l’anima che li ha provati! Si degni Dio di darci questo amore almeno prima di morire! Sarebbe un gran conforto poter pensare al momento della morte, di dover essere giudicato da Colui che abbiamo amato sopra ogni cosa! Gli andremo innanzi con confidenza, anche con il carico dei nostri debiti, persuasi di andare, non già in una terra straniera, ma nella nostra patria, nel regno di Colui che tanto amiamo e che pure tanto ci ama. (S. Teresa di Gesù, Cammino di perfezione).

Bontà, amore e verità: termini che, al di là del largo uso che se ne fa, risultano essere del tutto incomprensibili nel loro corretto significato e nelle loro implicazioni etico-metafisiche. Ancor di più è incomprensibile parlare di Dio, in un mondo in cui Dio è ritenuto un’ipotesi inutile e in cui si opina che il futuro e la felicità, in quanto ricomprese interamente in un orizzonte intramondano,  dipendano unicamente dalle capacità umane. In questo passo invece Teresa ci catapulta in un altro piano che è quello di un amore che va al di là dei nostri fragili amori umani, ancorché travolgenti e traversati dalla nostalgia dell’Infinito. E’ l’amore di Dio, di fronte a cui tutte le nostre passioni sono ben poca cosa. Forse l’atteggiamento di noi cristiani, non di rado dallo stile di vita francamente poco evangelico, si spiega con il fatto che ciò che ci manca è l’esperienza di questo amore che mette in questione i valori correnti: il prestigio sociale o professionale, la ricchezza, il piacere, il potere e il successo. La nostra stessa esistenza diventa vuota e impersonale, appunto perché manca questa esperienza d’amore, finendo per omologarci senza residui al sistema socio-culturale dominante. O la nostra fede consiste in primo luogo in una relazione d’amore con il Signore o non è altro che astratta adesione a una serie più o meno vincolante di proposizioni dogmatiche, senza alcun incidenza sul piano esistenziale. D’altro canto la cultura odierna è in buona parte costruita attorno alla rimozione del problema della morte: la consapevolezza della propria finitudine è uno spettro da esorcizzare in tutti modi e l’essere umano non viene più percepito nella sua dipendenza dall’essere eterno in quanto Amore che ci  ha tratti dal nulla e ci conserva nell’essere. Teresa di Gesù, questa donna del XVI secolo, ci ricorda l’essenziale, aiutandoci a volgere lo sguardo verso la nostra vera patria, quella celeste, dove vivremo in comunione d’amore per l’eternità con il Dio unitrino.  (IL CASTELLO DELL’ANIMA 15.08.2013)                                                  

                                                                   AMEDEO GUERRIERE OCDS

 

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Festa liturgica di s. Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce) – 9 agosto

 

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RITI DI INTRODUZIONE

Antifona d’Ingresso

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. (Gv 15,13)

Segue l’Atto Penitenziale e il Gloria.

Colletta

Cel. – Preghiamo. Dio dei nostri Padri, donaci la scienza della Croce, di cui hai mirabilmente arricchito santa Teresa Benedetta della Croce nell’ora del martirio, e fa’ che per sua intercessione cerchiamo sempre te, somma Verità, fedeli fino alla morte all’eterna alleanza di amore, sigillata nel sangue del tuo Figlio per la salvezza del mondo. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Ass.Amen.


LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura

Dal libro di Ester (Est 4, 17k; 17 1-m; 17 r-t)

In quei giorni la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale, e supplicò il Signore e disse: “Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso se non te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni e i nostri padri da tutti i loro antenati come tua eterna eredità, e hai fatto loro secondo quanto avevi promesso. Ricordati, Signore; manifèstati nel giorno della nostra afflizione e a me da’ coraggio, o re degli dèi e signore di ogni autorità. Quanto a noi, salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non altri che te, Signore!”.
Parola di Dio.
Ass. Rendiamo grazie a Dio.

Salmo responsoriale(dal Salmo 34)

Rit.: Tu, Signore, rischiari le tenebre.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca la sua lode.
Io mi glorio nel Signore,
ascoltino gli umili e si rallegrino. Rit.

Celebrate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore e mi ha risposto
e da ogni timore mi ha liberato. Rit.

Guardate a lui e sarete raggianti,
non saranno confusi i vostri volti.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo libera da tutte le sue angosce. Rit.

L’angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono e li salva.
Gustate e vedete quanto è buono il Signore;
beato l’uomo che in lui si rifugia. Rit.

Canto al Vangelo(Ez 37, 27)

Alleluia, alleluia.
In mezzo a voi sarà la mia dimora: io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo.
Alleluia.

Vangelo (Gv 4, 19-24)

Cel. – Dal vangelo secondo Giovanni.
Ass.Gloria a te, o Signore.

In quel tempo la donna Samaritana disse a Gesù: “Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”. Gesù le dice: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità.”
Parola del Signore.
Ass.Lode a te, o Cristo.

Professione di fede: Credo.

Preghiera dei fedeli

Cel. – Fratelli carissimi, nella festa di santa Teresa Benedetta della Croce invochiamo il Padre, sorgente di ogni santità, perché ricolmi la Chiesa dei suoi doni.

Lett. – Preghiamo insieme e diciamo:
Ascoltaci, o Signore.

1. Proteggi, o Padre, il nostro Papa…, il nostro Vescovo e tutti i Pastori della Chiesa, perché confermati nella fede, possano guidare il popolo cristiano sulla via segnata dai tuoi comandamenti. Preghiamo.

2. Conferma, o Padre, nella sequela di Cristo l’Ordine del Carmelo, perché animato dall’esempio di Santa Teresa Benedetta viva il Vangelo della vita fraterna, fedele all’impegno di orazione e sollecito nel servizio della Chiesa. Preghiamo.

3. Per quanti professano la perfezione evangelica, perché nella fedeltà alle promesse fatte raggiungano la pienezza della carità, preghiamo.

4. Per noi qui presenti, perché l’Eucarestia a cui partecipiamo sia alimento e sostegno nel nostro cammino verso Dio, preghiamo.

Cel. – Signore, che hai promesso di essere presente in mezzo a coloro che sono riuniti nel tuo nome, ascolta le preghiere che ti innalziamo e concedi quanto la nostra debolezza non osa sperare. Per Cristo nostro Signore.
Ass.Amen.


LITURGIA EUCARISTICA

Sulle offerte

Cel. – Guarda con amore, o Padre, l’offerta dei tuoi fedeli e per l’intercessione di santa Teresa Benedetta donaci una viva esperienza della beata passione del Cristo, che si attua in questi santi misteri. Per Cristo nostro Signore.
Ass.Amen.

Prefazio

È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre ed in ogni luogo a te Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.
A imitazione del Cristo tuo Figlio la santa martire Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, ha reso gloria al tuo nome e ha testimoniato con il sangue i tuoi prodigi, o Padre, che riveli nei deboli la tua presenza e doni agli inermi la forza del martirio, per Cristo nostro Signore.
E noi con tutti gli angeli del cielo innalziamo a te il nostro canto, e proclamiamo insieme la tua gloria:
Santo, Santo, Santo…

Antifona alla Comunione

“Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”, dice il Signore. (Mt 16, 24)

Dopo la Comunione

Cel. – O Padre, che ci hai dato la gioia di nutrirci con il pane della vita, fa’ che sull’esempio della santa martire Teresa Benedetta portiamo nell’animo i segni dell’amore crocifisso, per gustare il frutto della tua pace. Per Cristo nostro Signore.
Ass. – Amen.


RITI DI CONCLUSIONE

Benedizione solenne

Cel. – Inchinatevi per la benedizione.
Dio nostro Padre, che ci ha riuniti per celebrare la festa di santa Teresa Benedetta della Croce, patrona dell’Europa, vi benedica e vi protegga, e vi confermi nella sua pace.
Ass.Amen.

Cel. – Cristo Signore, che ha manifestato in santa Teresa Benedetta la forza rinnovatrice della Pasqua, vi renda autentici testimoni del Vangelo.
Ass.Amen.

Cel. – Lo Spirito Santo, che in santa Teresa Benedetta ci ha offerto un segno di solidarietà fraterna, vi renda capaci di attuare una vera comunione di fede e di amore nella sua Chiesa.
Ass.Amen.

Cel. – E la benedizione di Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi, e con voi rimanga sempre.
Ass.Amen.

Cel. – Glorificate il Signore con la vostra vita. Andate in pace.
Ass.Rendiamo grazie a Dio.

 

Il brano evangelico propostoci in occasione della festa di s. Teresa Benedetta della Croce è tratto dal dialogo di Gesù con la samaritana. Per una sua migliore comprensione riassumiamo la sequenza narrativa in cui è collocato. Siamo a Sicar, una città della Samaria. Una donna giunge al pozzo per prendere dell’acqua e Gesù seduto sull’orlo del pozzo, stanco e assetato, le chiede da bere. La donna si meraviglia che un giudeo chieda un favore a lei, una persona da evitare sia perché samaritana sia perché donna, per di più in una posizione irregolare. Ma si stupisce ancor di più quando Gesù le parla dell’acqua viva che zampilla per la vita eterna, capace di spegnere per sempre ogni sete, suscitando in lei il desiderio di avere una tale acqua che spegnendo per sempre la sua sete non la costringa più a venire al pozzo ad attingere acqua. Una richiesta cui Gesù replica chiedendo alla donna di condurgli suo marito, la quale con sincerità ammette di non avere un marito. E allora Gesù le dice “Hai detto bene: <<Io non ho marito>>. Infatti hai avuto cinque mariti e quello attuale non è tuo marito”.  Un passaggio, questo, che, nell’intenzione dell’evangelista, è volto a mettere in risalto non la situazione peccaminosa in cui versa la samaritana, ma molto più semplicemente la capacità di Gesù di entrare nella sua vita più intima, nei suoi travagli interiori. E così la donna, avendo percepito le doti profetiche di Gesù, osa avanzare la grande obiezione “ecumenica”: “I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”

E’ a partire da tale questione che Gesù dischiude alla sua interlocutrice un orizzonte nuovo: “Credimi, donna, è giunto il momento ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”.

E’ singolare che Gesù inizi il suo discorso “rivolgendosi alla Samaritana con lo stesso titolo con cui si era rivolto a sua madre a Cana e con il quale si rivolgerà di nuovo a lei dalla Croce (19,26): donna. Questa emarginata portatrice d’acqua di Samaria ha la stessa dignità della madre di Gesù!”(W. Howard-Brook).

Gesù qui mira al superamento dei due culti, quello sul monte Garizim in Samaria e quello sul monte Sion a Gerusalemme per andare all’essenziale che sta nel rapporto personale con Dio-Padre, oltre le divisioni introdotte dalle appartenenze confessionali (giudei e samaritani).

Bisogna dunque arrivare a un culto in spirito e verità, ovvero a un culto che, trascendendo ogni formalismo istituzionale, sia incondizionata adorazione di Dio con la propria vita.

edith stein, teresa benedetta della croce, omelieNella terminologia giovannea lo Spirito non è una realtà spirituale e interiore da contrapporre a una realtà esteriore e corporea ma è la forza divina che colloca l’uomo nell’unico luogo in cui ci si può incontrare con il Padre, che è la verità quale progetto salvifico e liberatore di Dio rivelatosi in Gesù Cristo. Per essere più espliciti: “Lo spazio in cui adorare Dio è, dunque, Gesù. Lui è il tempio: non è soltanto la strada che conduce al Padre, ma più profondamente il luogo, l’unico luogo, in cui il Padre si mostra a noi”(B. Maggioni). Solo entrando in tale spazio, l’essere umano è pienamente se stesso. Si tratta di lasciarsi guidare e illuminare dallo Spirito di Dio in quanto Spirito di verità.

Edith Stein da questo punto di vista costituisce, con le sue opzioni radicali, con la sua libertà di pensiero, con la sua passione per la verità, con il suo desiderio di essere la sposa dell’Agnello, una positiva provocazione per l’uomo contemporaneo disincantato e scettico e per un mondo in cui la domanda sulla verità e sul significato dell’esistenza e della sofferenza che la traversa è ritenuta insignificante se non  folle, in quanto mette in questione gli unici criteri ritenuti sensati dalla cultura dominanti: la verificabilità empirica e il pragmatismo, la cui trascrizione politica è l’economia capitalista.

Secondo tale orientamento culturale contano solo i fatti ed è sensato solo il linguaggio della scienza. Ne consegue che la filosofia e la teologia, etimologicamente intese, devono abdicare davanti alla potenza della scienza nelle sue infinite e non di rado disumane applicazioni tecniche.

L’attualità di Edith Stein sta paradossalmente nella sua inattualità, rimandandoci al compito antropologico fondamentale: cercare la verità ed essere consapevoli che essa ultimamente è un dono di cui possiamo essere solo i custodi. La verità coincide in ultima istanza con l’amore divino che in Gesù Cristo  avvolge tutta l’umanità, oltre “i confini visibili della Chiesa”.

Nondimeno questa prospettiva universale si coniuga in Edith Stein con l’orgogliosa rivendicazione della sua identità di ebrea che muore per il suo popolo, di ebrea che si vede come la regina Ester che sta davanti al re per chiedere e ottenere la salvezza del suo popolo “Sono una poverissima, piccola e impotente Ester, ma il Re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso”.

Allora per comprendere la grandezza di Teresa Benedetta  sotto il profilo umano, religioso e culturale non si può prescindere dalla sua ebraicità che recupera proprio in seguito alla sua conversione e che la conduce ad affermare che “non si può neanche immaginare quanto sia importante per me ogni mattina quando mi reco in cappella, ripetermi, alzando lo sguardo, al crocifisso e all’effigie della Madonna che essi erano del mio stesso sangue”.

edith stein, teresa benedetta della croce, omelieE’ pienamente condivisibile la tesi secondo cui ella è restata, nel suo pensiero e nella sua sensibilità, profondamente ebrea, anzi le sue radici ebraiche probabilmente hanno giocato un ruolo non marginale nella sua scelta carmelitana. Scrive al riguardo C. Rastoin: “Diverse monache menzionano  la sua devozione ai santi dell’Antico Testamento, che tutta la comunità aveva notato poiché, per il suo anniversario, la scenetta in suo onore includeva un sfilata di santi e profeti d’Israele. Questo tratto lo avvicina a s. Teresa d’Avila che cita abbondantemente l’Antico Testamento e menziona sempre con grande devozione s. Davide e s. Elia, così come lo faceva la liturgia carmelitana proveniente direttamente dall’Oriente, così come lo facevano i conversi del secolo d’oro, questi ebrei diventati, con le buone o con le cattive, recentemente cristiani e che conservavano una certa specificità spirituale. D’altronde i marrani, restati ebrei ma esteriormente cristiani, avevano anche questo tratto tipico e si facevano spesso rivestire alla loro morte con lo Scapolare del Carmelo, poiché per loro era l’ordine più ebraico nella Chiesa. Che Teresa fosse di ascendenza ebraica Edith non lo sapeva, poiché ciò non è stato divulgato che dopo la seconda guerra mondiale. Ma è sbagliato supporre che ella si sentisse in profonda consonanza con la grande riformatrice del Carmelo, come tutti questi conversi che entravano in quest’Ordine poiché vi trovavano uno spazio di libertà reale e una spiritualità biblica? Le radici del Carmelo sono ebraiche in Elia ed Eliseo, in Maria come in Teresa, e forse anche in Giovanni della Croce”

Non si può ricordare Edith senza ricordare quanto scrive Paolo riferendosi ai suoi fratelli, suoi consanguinei secondo la carne: “Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne” (Rm 9,4-5)

Non si può ricordare Edith senza ricordare tutte le vittime della barbarie nazista. Non si può ricordare Edith, dimenticando tutti coloro che oggi sono nel pianto e nel dolore, gemono nell’oppressione e sono schiacciati nella loro libertà e dignità dal demoniaco potere capitalista.Non si può infine ricordare Edith senza sperare in un futuro migliore. Un altro mondo è possibile: sta a noi iniziare a costruirlo qui e ora, con la sequela di Gesù Cristo, crocifisso e risorto.

O Signore, dammi tutto ciò che

mi conduce a te.

O Signore, prendi tutto ciò che mi

distoglie da te.

O Signore, strappa anche me da me

e dammi tutto a te”.
                                                             (Edith Stein)     

 

 

 

 

 

 

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EDITH STEIN

 

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9 AGOSTO

FESTA LITURGICA DI

S. TERESA BENEDETTA

DELLA CROCE

( EDITH STEIN )

COMPATRONA D’EUROPA

 

CHIESA DEL PURGATORIO LANCIANO

 

VENERDI’  9  AGOSTO

 

ORE 9:00: LODI MATTUTINE

ORE 19,00: VESPRI

ORE 19,30: MESSA

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