LA BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA’

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Elisabetta Catez nasce il 18 luglio 1880 in un campo militare alle porte di Bourges: il padre Giuseppe era un capitano dell’esercito. Ben presto, quando Elisabetta ha soli sette anni e sua sorella Margherita appena quattro, il padre muore e la giovane famiglia si trasferisce in una modesta abitazione di Digione accanto alla quale si può contemplare il monastero del Carmelo. E’ una bambina piuttosto vivace, volitiva, esuberante, dal carattere forte e aggressivo. Ha coscienza del suo temperamento e fa della sua esistenza un continuo cammino di perfezionamento della sua natura, di dominio sul suo carattere: “quando si è contrastati, si può essere ugualmente felici tenendo lo sguardo fisso al buon Dio…Anche se all’inizio bisogna fare degli sforzi perché si sente tutto ribollire in sé, lentamente, a forza di pazienza e con l’aiuto del buon Dio, si viene a capo di tutto”.

La vita di Elisabetta, pian piano, si trasforma sotto la spinta del desiderio di divenire “abitazione di Dio”, così come le aveva misticamente suggerito il Signore il giorno della sua Prima Comunione per bocca di una carmelitana che le spiegava, con questa espressione, il significato (etimologicamente non corretto) del suo nome: ne restò tanto impressionata che realmente si adoperò per realizzare la missione che sentiva esserle stata affidata nel giorno del battesimo.

Dotata di grande talento musicale, è avviata allo studio del pianoforte ottenendo continui successi; è condotta spesso a delle feste da ballo e partecipa agli incontri mondani secondo le usanze della società francese dell’epoca.

Stavo per compiere quattordici anni quando una mattina nel ringraziamento della Comunione mi sentii spinta irresistibilmente a scegliere Gesù per mio unico Sposo, e senza indugio a Lui mi legai col voto di verginità. Non ci scambiammo parole ma ci donammo l’un l’altra in silenzio, con un amore così forte, che la risoluzione di non appartenere che a Lui divenne in me definitiva”. Interpellata da Cristo nell’intimità del suo essere, Elisabetta risponde come Maria: un “sì” fermo, coscienzioso, definitivo da vivere tra le anguste mura della clausura del Carmelo. Una decisione che si scontra subito con l’opposizione altrettanto ferma della madre la quale le impedisce anche solo di visitare le monache.

In apparenza le sue giornate proseguono secondo le indicazioni della madre, ma interiormente sono trasformate in occasioni di incontro e di lode al suo Re: “quando lo si ama…quando non si agisce che per lui, sempre alla sua Santa presenza, sotto quello sguardo divino che penetra nel più intimo…anche in mezzo al mondo si può ascoltarlo, nel silenzio di un cuore che non vuole essere che suo!”.

Elisabetta si accontenta di guardare il Carmelo dal balcone della sua abitazione e di prepararsi al suo ingresso sperimentando la sofferenza come riverbero di ogni autentico amore: “perché farmi languire? Vorrei tanto appartenerti e vivere con te sola lontana da quelli che amo sulla terra. Perché farmi languire? Perché limitare il mio desiderio? Vedi i miei pianti, odi le mie grida: tu solo puoi asciugare le mie lacrime. Il Signore mi chiama al Carmelo e la mia anima vola al suo richiamo”.

Dopo averla così preparata, Gesù apre il cuore della madre al consenso tanto sospirato; il 2 agosto 1901 Elisabetta oltrepassa le grate del Carmelo di Digione. Per la Professione fa incidere sul retro del suo Crocifisso una frase di Sant’Agnese: ‘Amo Cristum’. Così consola la madre: “quand’eri malata, svegliavi sempre me di notte e io correvo subito accanto a te, ebbene, chiamami ancora, ti sentirò senz’altro, perché la mia anima è così vicina alla tua”.

Nel 1905 si manifestano i primi sintomi della grave malattia che la colpisce, il morbo di Addison: l’impossibilità di nutrirsi, di bere, l’astenie, i forti dolori gastro-intestinali, le cefalee, l’insonnia la relegano in un letto in breve tempo, con un corpo sempre più scheletrito.

Dentro questa situazione Elisabetta incontra lo sguardo ammaliante di Gesù che l’avvolge al punto tale da annientarla fisicamente con la passione del Suo amore: “per la natura, talvolta, questo è penoso e ti assicuro che se io mi fermassi qui sentirei la mia vigliaccheria nella sofferenza…Ma questo è lo sguardo umano…la fede mi dice che è l’amore che mi distrugge, che mi consuma lentamente, e la mia gioia è immensa”.

Il giorno della Solennità dell’Ascensione del 1906, Elisabetta, “l’abitazione di Dio”, è invasa dalla presenza della Trinità: vive fino alla morte ospitando al suo interno le tre Persone divine in un continuo “Consiglio d’amore” tra loro. Muore il 9 novembre 1906 consolata dalla grazia di aver vissuto gli ultimi mesi in comunione con i Tre; verso di loro si slancia nel momento del suo ultimo sospiro: “vado alla Luce, all’Amore, alla Vita”.

 

M. Concetta Bomba ocds

LA BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA’ultima modifica: 2010-01-11T16:06:33+01:00da concettabomba
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