SENTIRE LA REALTA’…

 

Maria era una contemplativa. Ciò non significò che stesse tutto il giorno in ginocchio. E’ contemplativo chi è un amico maturo di Dio, che guarda la realtà con gli occhi di Dio e ama ciò che vede con il cuore di Dio. La preghiera è fondamentale, ma prova dell’autenticità della preghiera è il vivere concreto del proprio quotidiano. Infatti la stessa preghiera può essere cercata come fuga dalla realtà, quando invece la realtà che ci circonda è il luogo dell’incontro con il Dio vivente. Non è una realtà facile quella in cui si vive, si può discutere sulla sua bontà, ma ciò non toglie il suo essere spazio sacro dove noi incontriamo Dio. La preghiera poi non è un bombardare Dio con richieste  e suppliche; piuttosto è aprire il nostro cuore, la nostra vita a Dio. Egli ha un progetto su di noi e sul mondo, progetto avvalorato dal suo amore per noi. Dio non ci costringe ma ci invita a collaborare perché il progetto divino diventi realtà nel nostro mondo. Non possiamo pregare con sincerità dicendo: “Venga il tuo regno”, se non cerchiamo di portare i valori del Regno nel nostro piccolo angolo di mondo. (Il Dio della nostra contemplazione. Lettera del Priore Generale Joseph Chalmers, O. Carm. alla Famiglia del Carmelo. 1 Gennaio 2004)

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Riflettere a partire dalla propria condizione laicale, su questo brano può essere utile per liberarsi da alcuni pregiudizi che rischiano tuttora di condurre ad un fraintendimento del senso autentico della preghiera e della contemplazione, un fraintendimento che è quasi sempre l’esito di una visione della fede funzionale alla perpetuazione dei sistemi che generano oppressione.  La relazione con Dio è – secondo questa interpretazione falsificante – estranea alla storia, il contemplativo si disinteressa delle inquietudini umane nelle sue molteplici espressioni storico-sociali, e nella preghiera fugge da una realtà che si presenta con i caratteri della caducità. La preghiera non cambia la vita, il proprio modo di confrontarsi con le vicende della città degli uomini, ponendosi su di un piano parallelo rispetto al quotidiano. La preghiera diviene segno di indifferenza verso le sofferenze degli uomini, strumento di assopimento della coscienza. A che cosa serve una fede ridotta a fatto emozionale, dove ciò che importa è solo il nostro presunto benessere psico-fisico? Che rapporto ha con la fede nella resurrezione di Cristo, che come “evento escatologico è l’irruzione della realtà ultima nella storia” e che perciò “deve essere una realtà che ha efficaci ricadute sulla storia nel presente?” (Jon Sobrino).

Una fede simile non serve proprio a niente, se non ad illuderci che l’essere cristiani consista essenzialmente nell’osservanza di una serie di precetti, tra cui annoverare anche la recita più o meno quotidiana di alcune preghiere vocali, apprese probabilmente nell’infanzia.

L’amicizia con Dio è vera se cambia il nostro modo di giudicare e operare, se ci spinge all’impegno per cambiare il mondo alla luce del progetto di Dio. La docilità alla volontà di Dio è risposta ad una chiamata che sta nella quotidianità, che ci giunge attraverso il volto dell’altro, dei sofferenti, degli umiliati, degli oppressi, delle vittime del potere.

Sentire la realtà con il cuore di Dio, vivendo non per se stessi ma per gli altri, immedesimandosi nel dolore di chi è stato messo ai margini della società o vive nella più cupa disperazione, nell’assenza di ogni speranza e senso. La vita diviene preghiera, invocazione della misericordia di Dio, sequela del Cristo crocifisso, morto e risorto. E’ tutta la vita, in ogni suo gesto, a parlare di Dio e del suo amore per gli uomini, a chiedere l’avvento del suo regno, ovvero “la realizzazione del progetto di Dio su questo mondo, la vittoria amorosa della sua sovranità, il compimento dell’utopia” (Victor Codina).

 

Amedeo Guerriere     ocds

(Il Castello dell’anima, 15.03.04)

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