VERSO L’ORAZIONE CONTEMPLATIVA

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Padre Wilfrid Stinissen, carmelitano scalzo, in un piccolo saggio ( traduzione francese, L’oraison contemplative) conduce il lettore sul cammino della preghiera lasciandosi istruire in maniera affascinante e coinvolgente da S. Giovanni della Croce: ripercorriamo insieme a lui questa strada. “La preghiera non è qualcosa da costruire. La vera preghiera è sempre là…la vera preghiera conduce alla scoperta che noi ‘siamo’ preghiera…Noi respiriamo Dio, nuotiamo nel suo amore, non c’è motivo di scappare dalla sua tenerezza. Dio è sempre presente, sempre qui, sempre lo stesso”. L’amore e la presenza di Dio oltrepassano la facoltà umana del “sentire”, dell’avvertire a livello emotivo e sentimentale: la fede è quella certezza luminosa di essere sorretti sempre nell’amore, certezza che non scompare quando l’aridità spegne l’euforia dei sentimenti, il gusto dei sensi, l’ebbrezza delle emozioni. Colui che si dedica alla meditazione vive, all’inizio, il “tempo dell’abbondanza”, il periodo dell’innamoramento, della scoperta di un Essere che riempie di senso il proprio essere: “Si è toccati nel profondo del cuore, strappati a se stessi, si esce da se stessi, ci si dona all’altro. Ci si sente dilatati, liberi, felici. Per la prima volta si sente di vivere veramente…Le carezze che Dio fa durante questo periodo di abbondanza non sono nient’altro che la grazia e la beatitudine che riempiono il cuore di un uomo che ha scoperto l’amore”. Ma fa parte del cammino della preghiera anche il momento della “notte”: l’energia invasiva che sprona a fare, a capire, ad approfondire le “cose di Dio”,  ad un certo punto si blocca e si tramuta, tragicamente, in sorgente di inaridità. P. Stinissen chiarisce che la notte non è il tempo dell’assenza di Dio, né del Suo silenzio, ma della luce accecante divina che immette nella perfezione dell’amore: per entrare nella luce piena occorre necessariamente “accettare la riduzione del proprio campo visivo”, occorre mettersi in discussione, occorre mettere ogni cosa in discussione. L’improvvisa ‘battuta di arresto’ è la mano paterna di Dio che interviene per far compiere un salto di qualità. “Colui che cammina nel deserto della notte, si trova su un cammino mistico”; la notte toglie lentamente il “gusto” alle cose in un processo di doloroso svuotamento per far giungere, finalmente, a contemplare il volto di Dio. S. Giovanni della Croce sottolinea che la notte dei sensi rappresenta il momento di passaggio dalla meditazione alla contemplazione, dal tempo in cui si pensa a Dio al tempo in cui si “vuole” Dio, passaggio che non avviene per continuità tra i due livelli di preghiera, ma per mezzo di una crisi, di una totale rottura. E’ possibile capire se ci si trova immersi in questo cambiamento se si riscontra la presenza di tre segni magistralmente riconosciuti e descritti da S. Giovanni della Croce ne “La notte oscura” e ne “La salita al Monte Carmelo”.

Primo segno: il mondo diventa grigio! Si perde, all’improvviso, il gusto in tutto ciò che si fa e che si vive; non ci si sente attratti e soddisfatti dentro nessuna attività, si vive come  se tutto avesse perduto il fascino che aveva precedentemente, come se, al proprio interno, fosse avvenuta una scissione, uno sdoppiamento che fa vivere in un mondo dentro il quale non ci si ritrova più: si impone per grazia quel distacco che lo sforzo dell’ascesi non riesce a conservare stabilmente. “Dio ha già incominciato ad attrarre il cuore dell’uomo, ma lo fa in modo così discreto che l’uomo stesso non lo percepisce immediatamente. Ciò che coglie è che non può più impegnarsi come prima nel suo lavoro ordinario. Ma questa impotenza proviene dal fatto che è già preso da un’altra cosa. Qual è quest’altra cosa? Non lo sa ancora. Ma quando, dopo anni, guarda indietro, comprende che dentro questo periodo d’impotenza Dio aveva già incominciato ad affascinare e incantare il suo cuore”. Secondo segno: si pensa a Dio con sollecitudine affliggente, poiché ci si angoscia di non riuscire a servire più Dio, di indietreggiare con la paura di perdere definitivamente la strada. “La disperazione e l’angoscia dell’uomo che si è smarrito, la disperazione di colui a cui si è rotto l’ideale e che comprende che non raggiungerà mai lo scopo. Si è sradicati, spaesati: strappati dal paese familiare dove si era felici e deportati verso un immenso deserto di cui non si vede la fine”. Dentro una situazione così fatta l’uomo non riesce più a meditare, ovvero a pregare secondo le modalità utilizzate fino ad allora: questo è il terzo segno che ci assicura di trovarci effettivamente sul cammino della purificazione dei sensi. “Faccio una visita al S. Sacramento. Voglio dire qualcosa a Gesù, ma è impossibile. Sono là, davanti al tabernacolo, come davanti ad un muro…si è senza parole, senza idee, dentro una impotenza totale”. E’ giunto il tempo di svoltare, di impegnarsi su una nuova strada, di scoprire un nuovo cammino, di abbandonare senza esitazione la meditazione, poiché al fondo del proprio essere Dio opera, tenta di elevare l’anima dal livello dei sensi a quello dello spirito: “Dio comincia ad avvincere il cuore: getta la rete e il cuore è preso. Forse diremmo: felice rete! Ma non si sa ancora che si tratta della rete di Dio”. Per questo colui che si trova in tali circostanze può solo amaramente dire: “non so più pregare”! Ma p. Stinissen ci rassicura: “il tempo della conversazione con Gesù è passato, occorre ora abituarsi ad una nuova forma di preghiera, che consiste soprattutto nel tacere”, nel vivere l’istante, il momento presente, come attenzione amorosa verso Dio, abbandonando le preoccupazioni, i sentimenti, per trasformarsi in “silenzio, apertura, vuoto, capacità”. “Colui che si sforza di vivere dentro il momento presente acquista una sensibilità molto sottile, una apertura al simbolismo delle cose. Perché anticipare i problemi del giorno mentre ci si lava al mattino? Il fatto di lavarsi è, come il fatto di mangiare, sacramentalizzato da Gesù. Mentre ci si lava al mattino: ‘O Dio, crea in me un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo’ (Sal 51)”. “Non è un bene rifletter durante la colazione su ciò che si dirà all’omelia la domenica…Si perde una bella occasione di pregare: ‘Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare. Ad acque tranquille mi conduce, rinfranca la mia anima’ (Sal 23)”. “Allo stesso modo, il letto è fatto per dormire, non per ruminare le gioie e le tristezze del giorno. Addormentarsi è distendersi, lasciare tutto, abbandonare. A chi? Per colui che crede, a Dio naturalmente. ’Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito’”. Nella preghiera contemplativa non si trova più Dio nelle emozioni, poiché subentra un bisogno “sostanziale” di Lui, un desiderio che è dono di sé, abbandono totale, capacità di accogliere il suo infinito amore. Allora ogni istante, ogni attività o lavoro “non appare più come il frutto di nostre personali iniziative, decisioni, ma come un ascolto, una obbedienza ad una voce interiore. Allora l’attività si caratterizza come una grande pace, per l’assenza di ogni agitazione, per un ‘potere d’attesa’…Si riposa in Dio”.

M. Concetta Bomba ocds

VERSO L’ORAZIONE CONTEMPLATIVAultima modifica: 2010-09-05T08:44:55+02:00da concettabomba
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