LA TENEREZZA DI UNA MADRE

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Troppo spesso madri sterili d’affetto, pur garantendo una presenza fisica al fianco dei loro figli, stanno come larve inaridite a scavare un solco di desolazione, di solitudine, di abbandono: il silenzio di una madre, inteso come assenza di comunicazione arricchente, crea il vuoto, così come il frastuono della stessa madre, inteso come sperpero di parole nel rimprovero, nell’umiliazione, nel richiamo continuo, riempie quel vuoto di amarezza. Spesso le nostre madri sono rese incapaci dalle circostanze della vita a realizzare in pienezza quel compito sublime di condurre i propri figli a divenire immagini di Dio, amati e amanti del Creatore e dei propri simili. Così come molte madri, al contrario, alimentano nel cuore di  chi viene loro affidato quel germe di affettività capace di spalancare le braccia all’accoglienza piena, serena, libera della vita con i suoi accadimenti. Teresa di Lisieux può godere della grazia di aver ricevuto in dono una madre così; fin dal momento in cui la custodiva nel suo grembo, l’intesa tra le due è avvertita e comunicata scambievolmente: “quando la portavo in seno, ho notato una cosa che non è mai accaduta per gli altri miei figli: quando cantavo, lei cantava con me…nessuno ci potrebbe credere”. La signora Zelia è per Teresa una “madre incomparabile”, capace di ricolmare le sue figlie di tenere “carezze e sorrisi” e di lasciare in dono l’indicazione della strada verso il Cielo, la “piccola via” della quale Teresa fa esperienza diretta a contatto con la madre. La tenerezza della signora Guérin è l’abbraccio sicuro e forte che conduce amabilmente nella casa del Padre, è azione di sostegno che fa procedere fiduciosi verso una meta eccelsa. Zelia scrive in una lettera: “Teresina mi domandava l’altro giorno se andrà in cielo. Le ho detto di sì, se sarà molto buona. Mi risponde: ‘Sì, ma se non fossi brava andrei all’inferno…Io però so che cosa farò, volerò con te che sarai in Cielo, e come farà il Buon Dio a prendermi?…Tu mi terrai forte tra le braccia?’ Ho visto nei suoi occhi che ella credeva fermamente che il Buon Dio non avrebbe potuto nulla se fosse stata nelle braccia di sua madre…”. Teresa raggiunge le vette della santità percorrendo questa strada indicatale dalla madre: come un bambino sa di poter salire verso il suo Amato lasciandosi trasportare da Lui in completo abbandono. Zelia, con la sua persona, sa donare alle sue figlie la strada verso la felicità. “Davvero, tutto mi sorrideva sulla terra”, racconta Teresa, “trovavo fiori a ogni passo, e anche il mio carattere felice contribuiva a rendermi piacevole la vita. Ma per la mia anima stava per cominciare un nuovo periodo: dovevo passare per il crogiolo della prova e soffrire fin dall’infanzia per poter essere offerta più presto a Gesù”.  All’età di quattro anni e mezzo, a Teresa è chiesto di rinunciare alla tenerezza di questa madre costretta dalla prematura morte ad abbandonare le sue piccole cinque figlie.

Il carattere di Teresa muta radicalmente, come è naturale che avvenga; la solitudine e l’angoscia fanno ingresso nel suo piccolo cuore, ma trova nella dolcezza di una sorella maggiore quel calore materno che le era venuto a mancare: “mi gettai tra le sue braccia e gridai: “E allora, per me, la mia mamma sarà Paolina!”. Ma presto Paolina decide di entrare nella clausura del Carmelo: un ulteriore abbandono colpisce il già sofferente cuore di Teresa cui a soli nove anni è chiesto di rinunciare anche all’affetto della “seconda madre”. “Ah, come potrei esprimere l’angoscia del mio cuore? In un istante capii che cosa  è la vita: prima non l’avevo mai vista tanto triste, ma allora mi apparve in tutta la sua realtà: vidi che non è altro che una sofferenza e una separazione continua”. Inevitabilmente Teresa cade vittima di una “strana malattia”, una forma di depressione che la immette in uno stato di annientamento: nulla la può consolare, né l’immenso amore del suo adorato padre, né la continua vicinanza dei suoi familiari.

Può il cuore dell’uomo sopravvivere al distacco dalla figura materna? E’ capace l’animo, con le sue forze, di accettare la privazione di un sostegno tanto vitale? Eppure anche il ‘deserto affettivo’ ha il suo senso: ha in sé la capacità di predisporre a ricevere la pienezza della tenerezza di Dio. “Quella malattia non era perché morissi: era piuttosto come quella di Lazzaro, perché Dio fosse glorificato”. Coricata ormai da tempo sul suo letto di oscurità Teresa, nella domenica di Pentecoste del 1883, volge il suo sguardo sulla statua della Madonna. All’improvviso “mi parve così bella, così bella che non avevo mai visto niente di così bello: il suo viso spirava una bontà e una tenerezza ineffabili, ma ciò che mi penetrò fino in fondo all’anima fu l’incantevole sorriso della Santa Vergine. Allora tutte le mie sofferenze svanirono, due lacrimoni spuntarono dalle palpebre e scorsero silenziose sulle gote: erano lacrime di una gioia allo stato puro”. Il sorriso di Maria guarisce Teresa: la Madre di Gesù interviene per consolare, per sostenere, per colmare quel vuoto lasciato dalla morte di Zelia e condurla verso la fonte della Vita.

L’infantilismo di Teresa, fatto di paure, scrupoli, insicurezze, chiusure, è definitivamente superato la notte di Natale del 1886: Maria affida la piccola vittima dell’amore umano nelle mani di suo Figlio. “In quella notte luminosa…il dolce Bambino appena nato da un’ora, mutò la notte della mia anima in torrenti di luce…la piccola Teresa aveva ritrovato la forza d’animo che aveva perso a quattro anni e mezzo, e l’avrebbe conservata per sempre!…Gesù fece in un istante il lavoro che io non avevo saputo compiere in dieci anni”. Le privazioni affettive dell’infanzia segnano le nostre personalità, come una ferita che condiziona i nostri rapporti umani a causa del pungolo del dolore. Ciò che una madre terrena, a volte, non è in grado di compiere, è perfettamente realizzato e portato a compimento dall’intervento della grazia: la speranza che non esista situazione deprimente che non possa essere risolta è la disposizione della libertà umana ad accogliere la pienezza di quell’Amore che ogni cuore desidera e che viene elargita, sempre, dalla misericordia del Signore.

Teresa è riconoscente a sua madre dei doni che le ha fatto nei suoi primi anni di vita, ma trova in Maria la figura della Madre perfetta che porta amorevolmente alla Luce: “O Maria, se io fossi la Regina del Cielo e tu fossi Teresa, vorrei essere Teresa perché tu fossi la Regina del Cielo!!!”.

 

M. Concetta Bomba ocds

LA TENEREZZA DI UNA MADREultima modifica: 2010-09-24T07:52:00+02:00da concettabomba
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