S. TERESA DI GESU’ BAMBINO: SENTO IN ME LA VOCAZIONE DEL PRETE

therese-6.jpg

 

L’occasione di scrivere queste poche righe mi viene offerta dal continuo sentir ripetere che il sacerdozio delle donne è una questione definitivamente chiusa. Allora mi viene da pensare a S. Tommaso d’Aquino il quale, senza nulla togliere alla sua santità e alla sua grandezza di pensiero, si è lasciato influenzare dalla mentalità maschilista del suo tempo al punto da affermare: “Si potrebbe sostenere che la donna non avrebbe dovuto far parte del mondo così come esso venne inizialmente creato, poiché Aristotele afferma che la femmina è un maschio riuscito male. Sarebbe stato sbagliato, per qualcosa mal riuscita e (di conseguenza) incompleta, far parte della creazione originale. Pertanto la donna non avrebbe dovuto far parte di quel mondo. Certo, rispetto alla sua particolare natura (ossia l’azione del seme maschile), la femmina è incompleta e mal riuscita, poiché il potere attivo del seme cerca sempre di produrre qualcosa completamente simile a se stesso, qualcosa di maschile. Se dunque il risultato è una femmina, ciò deve essere perché il seme è debole o perché il materiale (fornito dalla genitrice) è inadatto, o a causa dell’azione di qualche fattore esterno, come i venti meridionali che rendono l’atmosfera umida. Rispetto però alla ‘natura universale’ la donna non è riuscita male, essendo stata destinata dalla Natura al compito della generazione. Le intenzioni della Natura derivano da Dio, che ne è l’autore. E’ questo il motivo per il quale, quando creò la Natura, Egli non creò solamente l’uomo, ma anche la donna” (Summa Teologica, 1, qu. 92, art. 1). Come dire che, grazie a Dio, generiamo figli, altrimenti saremmo state inutili obbrobri della realtà creata! Ci tiene in vita una ragione di “interesse” sociale, ma rimane il fatto che: “Poiché non è possibile identificare un’eccellenza di condizione nel sesso femminile, in quanto la donna è in uno stato di sottomissione, ne consegue che ella non può ricevere il sacramento dell’ordinazione sacerdotale” (Summa Teologica).

Allora mi viene da pensare (ancora!) che certa gerarchia voglia mantenere viva una tale “considerazione” delle donne. In quanto donna mi rendo conto che se accettassi queste tesi, e tante altre simili, dovrei tacere e sottomettermi. Ma il richiamo della ragione mi fa indignare, soprattutto perché “credo” che il desiderio di sacerdozio che molte donne hanno manifestato e dovuto reprimere nei secoli trascorsi, lungi dall’inquinare spiritualmente, sia un grido “silenzioso” di bisogno di equità di fronte a Dio: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).

Ma anche la Congregazione della Dottrina della fede riconosceva che: “Le donne che esprimono la loro richiesta del sacerdozio ministeriale sono certamente ispirate da un desiderio di servire Cristo e la Chiesa. E non deve stupire il fatto che, nel momento in cui prendono coscienza delle discriminazioni delle quali sono oggetto,  si augurano il ministero sacerdotale anche per loro” (Dichiarazione Inter insignores, 15 ottobre 1976 ).

In questo mio tentativo di dar voce alle “imbavagliate” della cristianità (quella moltitudine che riempie i banchi delle chiese permettendo ancora agli ultimi rappresentanti maschi di un clero sempre più immiserito numericamente di presiedere le celebrazioni!), chiamo in ballo Teresa di Lisieux, “Dottore della Chiesa”.

Il 4 novembre 1887 Teresa Martin parte, insieme al padre e alla sorella Celina, per un lungo pellegrinaggio in Italia: l’obiettivo principale è Roma, l’udienza con il Papa, per implorare il  permesso di una entrata “anticipata” al Carmelo di Lisieux. Teresa non ha ancora compiuto quindici anni, ma è già ben determinata a raggiungere il suo scopo. Parte con un gruppo piuttosto numeroso di pellegrini: 195 persone di cui 73 ecclesiastici. Vive per quattro settimane a stretto contatto con numerosi preti e tale deve essere stato lo spettacolo di “inconsistenza” spirituale e morale del clero accompagnatore da farle scrivere, qualche anno dopo, nella sua autobiografia: “c’era di che far vacillare una vocazione poco salda” (MA 55 v°)! Subito dopo chiarisce: “Non avevo mai vissuto in intimità con loro, non potevo capire lo scopo principale della riforma del Carmelo. Pregare per i peccatori mi avvinceva, ma pregare per le anime dei sacerdoti, che credevo più pure del cristallo, mi sembrava strano…! Ah, ho capito la mia vocazione in Italia…Per un mese ho vissuto con molti santi sacerdoti e ho capito che, se la loro sublime dignità li innalza al di sopra degli angeli, ciò non toglie che siano uomini deboli e fragili. Se dei santi sacerdoti che Gesù chiama nel suo Vangelo: ‘il sale della terra’ mostrano con il loro comportamento di aver un bisogno estremo di preghiere, cosa bisogna dire di quelli che sono tiepidi?” (MA 56 r°).

Per comprendere lo “choc” di Teresa bisogna sottolineare il tipo di “immagine di prete” diffuso all’interno della società cattolica francese, e non solo, del XIX sec.: persone poste su un piedistallo, formanti una sorta di schiera serafica gettata tra i comuni mortali a “mediare” tra gli uomini e Dio, a garanzia di una presenza divina altrimenti introvabile. Teresa si incrocia con questa società clericale, formata esclusivamente da uomini di sesso maschile, preparati all’interno dei seminari a svolgere un ruolo di “sublime dignità” e presentati al popolo dei fedeli in questi termini per mezzo di pressanti prediche studiate a tavolino con il supporto di appositi manuali. Teresa nota una “dissonanza” tra ciò che si vuol far credere (la sublime dignità del sacerdozio) e la realtà dei fatti (un comportamento non all’altezza dell’ideale che si vuol diffondere).

Il 14 luglio 1889 scrive a Celina: “Oh, mia Celina, viviamo per le anime, siamo apostoli, salviamo soprattutto le anime dei Sacerdoti: queste anime dovrebbero essere più trasparenti del cristallo. Ahimè, quanti cattivi sacerdoti, quanti sacerdoti che non sono santi abbastanza!”. Come un ritornello Teresa rinnova spesso la sua accusa al clero; di nuovo a Celina il 31 dicembre 1889: “Occorre che quest’anno facciamo che molti sacerdoti sappiano amare Gesù, che lo tocchino con la stessa delicatezza con la quale Maria lo toccava nella sua culla!”. E ancora il 14 ottobre 1890: “Celina diletta, è  la stessa cosa che ho da dirti. Ah, preghiamo per i sacerdoti. Ogni giorno mostra quanto siano rari gli amici di Gesù…Mi sembra che ciò che gli deve costare di più sia l’ingratitudine”. Nella preghiera del 16 luglio 1897 si legge: “Quanta è la tua umiltà, o divino Re di Gloria, nel sottometterti a tutti i tuoi sacerdoti senza fare alcuna distinzione tra coloro che ti amano e coloro che, ahimè, sono tiepidi o freddi nel tuo servizio!”.

Perché questa “ossessione” per i preti?

Noi rispondiamo, e poi dimostriamo, che il sacerdozio ministeriale è la vocazione di Teresa Martin! “Essere tua sposa, Gesù, essere carmelitana, essere, grazie all’unione con te, madre di anime, dovrebbe bastarmi. Non è così!…Certo, questi tre privilegi sono la mia vocazione: Carmelitana, Sposa e Madre; ma io sento in me altre vocazioni: mi sento la vocazione di Guerriero, di Sacerdote, di Apostolo, di Dottore, di Martire…

Sento in me la vocazione di Sacerdote:con quanto amore, o Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, discendessi dal Cielo!…Con quanto amore ti darei alle anime!…” (MB 2v°).

E quando Teresa dice che vuol essere prete significa che vuole “dire la messa”! E che non si tratta di una nostra libera interpretazione ce lo attesta la sua confidente prediletta, ancora Celina che testimonia al processo ordinario: “Durante l’anno 1897 suor Teresa di Gesù Bambino mi disse, assai prima di ammalarsi, che si aspettava di morire in questo anno; eccone il motivo che mi spiegò nel mese di giugno. Quando si vide colpita da tubercolosi polmonare, mi disse: ‘ Veda, il buon Dio mi prenderà a un’età in cui non avrei avuto il tempo di essere sacerdote…Se avessi potuto esserlo, sarebbe stato in questo mese di giugno, in questa ordinazione che avrei ricevuto gli Ordini sacri. Ebbene, affinché non ne abbia un dispiacere, il buon Dio permette che io sia malata; quindi non avrei potuto andare a riceverli e sarei morta prima di avere esercitato il ministero ‘. Il sacrificio di non aver potuto essere sacerdote le stava sempre in cuore. Quando le tagliavamo i capelli durante la sua malattia, chiedeva sempre che le si facesse una tonsura: allora con soddisfazione passava la mano sulla testa. Ma il suo rincrescimento non si limitava a puerilità; siccome era ispirato da un vero amore di Dio, suscitava in lei alte speranze. Il pensiero che santa Barbara aveva portato la Comunione a san Stanislao Kostka la rapiva. Ci diceva: ? Perché non un angelo, non un sacerdote, ma una vergine? In cielo vedremo meraviglie! Sono certa che quelli che l’avranno desiderato sulla terra, in cielo parteciperanno all’onore del sacerdozio’ “.

Tormentata dall’impossibilità di realizzare il suo desiderio, Teresa ha la genialità di sviluppare una sorta di “mimetismo sacerdotale”, non già come tentativo di scimmiottamento di un ruolo che non potrà mai assumere, non una reazione “infantile” ad un divieto istituzionalizzato, non un “gioco” teatrale come catartica liberazione di passioni vietate, ma gesti reali di assimilazione di un ministero al quale si prepara in attesa della piena assunzione: Teresa vive come se fosse già un prete in attesa di quel riconoscimento divino che l’uomo di chiesa non è disposto a dispensarle.

Nel “Quaderno giallo” composto dalla sorella Paolina (Madre Agnese), una raccolta degli ultimi colloqui di Teresa dal suo letto di malattia, si legge: “Come ero fiera quand’ero ebdomadaria all’Ufficio, come dicevo ad alta voce le orazioni in mezzo al Coro, perché pensavo che il sacerdote nella Messa diceva le stesse orazioni e che avevo come lui il diritto di pregare ad alta voce davanti al Santissimo Sacramento, di dare le benedizioni, le assoluzioni, di leggere il Vangelo quando ero prima cantora…”.

E se i preti vengono riconosciuti non all’altezza delle loro funzioni, Teresa dal canto suo si pone audacemente a capo di una ondata “femminista” a partire dal Carmelo, da un luogo di preghiera per monache spronate a riconoscere la “sublimità” della loro missione per poter orgogliosamente affermare: “Che abbiamo noi da invidiare ai preti?” (Lt 135).

Può anche darsi che le discriminazioni che le donne sono costrette a subire da secoli fuori e dentro le chiese non siano destinate a cessare. Nel frattempo seguiamo Teresa e ci consoliamo del fatto che, quello che subiamo ancora oggi, lei lo aveva denunciato un secolo fa: “Non riesco ancora a capire perché le donne sono così facilmente scomunicate in Italia; ad ogni momento ci dicevano: ? Non entrate qua…Non entrate là, sareste scomunicate!…’ Ah, povere donne, come sono disprezzate!…Eppure amano il Buon Dio in numero molto più grande degli uomini…” (MA 66v°).

Ma non solo ci consoliamo con Teresa; se l’apparato ecclesiale maschile non ce la dovesse proprio fare a “spartire” i privilegi del suo ministero, vorrà dire che attenderemo fiduciosi il tempo in cui non ci sarà più bisogno di far ricorso a dei rappresentanti terreni per pronunciare l’ultimo dictat: “In Cielo (Egli) saprà pur dimostrare che i suoi pensieri non sono quelli degli uomini, perché allora le ultime saranno le prime” (MA 66 v°).

(Per un approfondimento storico sull’argomento si consiglia: Claude Langlois, Le désir de sacerdote chez Thèrése de Lisieux, Editions Salvator)

 

M. Concetta Bomba ocds

(Il Castello dell’anima, 30.11.2007)

S. TERESA DI GESU’ BAMBINO: SENTO IN ME LA VOCAZIONE DEL PRETEultima modifica: 2010-09-29T06:45:00+02:00da concettabomba
Reposta per primo quest’articolo
Questa voce è stata pubblicata in TERESA DI LISIEUX e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento