LA RETORICA DEL NATALE

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Chi stiamo attendendo? Posto che noi si stia attendendo.
Una grande figura di monaco ad un giovane che gli chiedeva «Tu credi in Dio?» rispondeva: «Tutte le sere me lo chiedo!».
Se è un interrogativo quotidiano e serale, quando la giornata si chiude al lavoro e si apre all’ascolto di quelle voci che il rumore del quotidiano soffocano, quanto mai sarà più pertinente in una notte come quella di Natale.
A me, personalmente, il clima natalizio o meglio, il presunto clima natalizio, non suscita alcuna postura di ascolto libero e vigilante.
La fatica per liberarsi dagli orpelli è troppa: la stucchevole rappresentazione di un mistero che eccede ed abbaglia e viene ridotto, troppo spesso, a fanciullaggini; lo sfolgorio delle luci che troppo richiama il Lunapark e la sua dissipatezza; i poveri alberi che hanno smarrito i loro segni simbolici per acquisire solo un addobbo; e potrei continuare a lungo.
La nudità dello spirito e la povertà concreta dove sono? Quelle che dilatano lo spirito?
L’Infinito si riduce nel finito: solo questo aspetto dovrebbe far tremare le vene ai polsi e scardinare ogni mentalità che si confronti con il pensiero corrente.
La troppa leggerezza nel considerare e nell’abbandonarsi ad un romanticismo sciropposo che non può che essere dannoso, copre di polvere un momento della storia che, a suo modo, squarcia le tenebre di chi crede.
L’Unico Figlio del Padre, in cui il Padre tutto ha detto, come ammonisce Giovanni della Croce, si restringe ed inizia a patire la sua vita di Uomo Dio.
Anche la stalla, posto che tale sia stata, non posso pensarla come un accogliente tetto: chi di noi affiderebbe il figlio neonato ad un luogo abitato dagli animali? Chi manderebbe la propria moglie a partorire in simile tugurio?
La retorica abbonda ed ammanta tutto e tutti di una patina di pseudo bontà e pseudo tenerezza che, in fin dei conti, ci si ritorce addosso: il problema non è ridiventare bambini, creduli alle leggende e pronti a divertirsi con poco, ma a diventare i veri piccoli del Vangelo, cioè i discepoli che puntano la vita sulla Parola di Dio e rischiano l’unica loro esistenza a seguire un uomo che si proclama Uomo-Dio, Figlio di Dio.
Un Uomo/Dio che chiede di seguirLo ma non fra fiocchi di neve (magari di bambagia) e zampogne (magari stonate), ma in una riduzione di noi stessi a servizio degli altri, in una oblazione che non conosca confini, in un’adesione ad un mistero che comporta scelte non di comodo ma di rottura.
L’incanto, quello vero, non è tanto trasmesso dalla tenera carne di un neonato che entra nel suo percorso di vita, quanto da un neonato che, paradossalmente, vive da sempre e che ha varcato una soglia per noi sconosciuta, accettando la dimensione del tempo che, se ci fa crescere ogni giorno, simultaneamente ci divora e ci distrugge.
La gratitudine allora non può che farsi somma per quel Figlio che ha fatto suo un giorno natalizio quando Egli stesso ha visto nascere il tempo, quando attende da sempre che l’umanità sia pronta ad accoglierlo (per poi fargli fare la fine ben nota) e, ben conscio, di tutto questo, non si rifiuta ed entra in relazione con noi da uomo mortale, portando inscritto in sé il grande dono dell’immortalità.
Il Figlio, assumendo tutto il percorso della persona umana. ci ha fatti tutti suoi in piena libertà, per questo si offre come un piccolo neonato perché lo si può rifiutare e ignorare tranquillamente, senza entrare neppure in discussione. Allora, è questa debolezza, questa inermità, in Colui che è il Forte di Dio a far scaturire la gioia, quella vera che non si confonde con il baluginio delle palle natalizie.
Anticamente lo avevano compreso: l’albero di Natale era decorato con particole, a dire che qui, proprio in questo mistero di Uomo/Dio, qui si sarebbe trovato il pane della Vita.
Chi avrà il coraggio di un simile albero di Natale e rinuncerà alla futilità?

C. Dobner

Il Castello dell’anima, 15.12.07

LA RETORICA DEL NATALEultima modifica: 2010-12-05T08:12:44+01:00da concettabomba
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