NATALE DEL SIGNORE

 

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(letture Messa del giorno: Is 52,7-10; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18  )

Il prologo del Vangelo di Giovanni ci pone a diretto contatto con il cuore stesso del mistero dell’Incarnazione. Questo prologo, un inno ad alta densità teologica di splendida fattura letteraria, ci fa superare le barriere del tempo e dello spazio per giungere al principio, all’inizio, alla vita intima di Dio che è il rapporto tra il Padre e il Figlio. “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Ora è proprio il Logos, termine greco qui tradotto con Verbo ma che possiamo tradurre più adeguatamente con Parola, ora è proprio questa Parola che era in intima comunione con il Padre ad aver assunto la natura umana, ad essere entrato nella nostra storia. Con le parole di Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. E’ questo il centro dell’avvenimento cristiano, senza di cui esso non si dà: Dio non vuole stare lontano dall’umanità e le si fa vicina nella persona di Gesù.  Letteralmente Giovanni afferma che Dio pone la sua tenda in mezzo a noi. In altre parole, l’evangelista vuole dirci che, mentre nei tempi in cui il popolo ebraico camminava nel deserto, la tenda, dove era conservata l’arca dell’alleanza con le tavole della legge, era il luogo in cui si manifestava la gloria di Dio, ora invece è la carne assunta dal Figlio di Dio il luogo in cui si rivela la sua gloria. E’ Gesù Cristo l’irradiazione della sua gloria, cioè della sua realtà più intima, della sua presenza attiva tra gli uomini. Dio dunque prende su di sé la nostra fragilità, è amore che si incarna per incontrarci ed affrancarci dalla disperazione dell’essere gettati nell’esistenza senza sapere perché e a quale scopo, cioè per darci un solido punto di riferimento. Da tale punto di vista il Verbo, la Parola, è amore, rapporto che salva l’uomo dall’angoscia del sentirsi consegnato al nulla e smarrito lungo le vie dell’opinabile e dell’illusione senza mai poter raggiungere la verità, una verità che non sia però astratta, quella del logos greco, quella dei teologi o dei filosofi, ma sia una verità concreta, capace di cambiare la vita, una verità che dia un significato a tutto il reale, una verità che rischiari l’esistenza, che salvi l’uomo. E’ di questa straordinaria esperienza salvifica offerta a tutti che ci parla pure la prima lettura. Dio non abbandona mai l’umanità prostrata dalla sofferenza ma le dona consolazione e salvezza, sia al tempo del profeta Isaia quando il popolo di Israele era esule in Babilonia, sia oggi quando è forte la tentazione di cedere al pessimismo di fronte al dilagare del male. La gioia del Natale consiste dunque nel fatto che Dio si fa vedere, si mostra a noi in Gesù perché la nostra vita possa essere non un peso insopportabile, ma piena di senso. Infatti “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (GS n. 22). Nel mistero che celebriamo il giorno di Natale vengono superate tutte le più ardite speculazioni filosofiche con cui l’uomo ha tentato di avvicinarsi a Dio, di comprenderlo, con il rischio però di ridurlo alla misura della sua ragione. Nel Natale è Dio che esce dal suo nascondimento per incontrare l’uomo e dirgli la sua parola definitiva, entrando di persona nella trama della sua storia, dopo essere stato ripetutamente presente nella voce e nell’opera dei profeti. Dopo questa parola non ha più niente altro da dirci, con buona pace di chi è sempre alla ricerca di nuove rivelazioni. Di fronte a questa Parola definitiva siamo oggi chiamati ad una scelta. Dobbiamo scegliere tra essa, che è luce e salvezza, e le tenebre che sono la regione della morte, del rifiuto, della menzogna e dell’odio. E oggi questa scelta si traduce per tutti noi in qualcosa di estremamente concreto. Poiché dobbiamo decidere se stare dalla parte del Vangelo sine glossa o dalla parte di coloro che lo addomesticano o rifiutano ritenendo che questo mondo lacerato dalla violenza, dall’ingiustizia e dal sopruso sia il migliore dei mondi possibili. Dobbiamo scegliere se stare dalla parte degli oppressi e dei poveri (disoccupati, cassintegrati, immigrati clandestini etc.) o dalla parte dei ricchi e dei potenti. Senza questa dimensione sociale la nostra fede resta superficiale e infine diventa costruzione ideologica funzionale alla legittimazione dello status quo. Celebrare il Natale del Signore senza questa torsione dello sguardo significa abbandonarsi al languido sentimentalismo, alla vuota devozione del cuore. Il Natale non è la festa dei buoni sentimenti, degli alberi addobbati, dei presepi, delle luci colorate, dello scambio degli auguri e dei regali, ma è l’inizio di una realtà nuova, è un avvenimento che ci apre la strada verso quella felicità che iniziamo già oggi a sperimentare con la partecipazione alla Cena del Signore, dove diventiamo realmente partecipi della vita divina e riusciamo a capire il significato del farsi piccolo del Figlio di Dio fino alla sua morte di croce. Ci aiutino a vivere il Natale con la giusta disposizione interiore le parole di Karl Rahner: “Proclamare che è Natale significa affermare che Dio, attraverso il Verbo fatto carne, ha detto la sua ultima parola, la più bella e la più profonda di tutte; l’ha immessa nel mondo nel mondo e non potrà più riprendersela, perché si tratta di un’azione decisiva di Dio, perché si tratta di Dio stesso presente nel mondo. Ed ecco ciò che dice questa parola: <Mondo ti amo! Uomo ti amo!>.  

AMEDEO GUERRIERE ocds

NATALE DEL SIGNOREultima modifica: 2010-12-23T06:53:22+01:00da concettabomba
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