Nel roveto ardente della musica

MariaJudinaMeeting_R375.jpg

L’OSSERVATORE ROMANO – Edizione quotidiana – del 6 gennaio 2011 –

 

 La libertà di Marija Judina di fronte al regime comunista

 

 

di Cristiana Dobner

Esistono delle espressioni lapidarie e sintetiche che tracciano l’identità di una persona, Marija Judina ne ha forgiate molte e diverse, tutte affascinanti e sempre vivide, ripercorrerle significherà lasciar emergere la personalità ricca e iridescente di una delle pianiste russe più dotate e celebri del XX secolo e di una donna, costantemente messa alla prova dall’ottuso regime comunista che le ha impedito di contagiare con la sua ispirazione artistica e la grazia di Dio che l’abitava, non solo la Russia ma anche tutto il mondo. Ora, grazie a Giovanna Parravicini con il suo chiaro e documentato saggio Marija Judina, più della musica (Seriate, La Casa di Matriona, 2010) e il dvd La pianista che commosse Stalin, viene fatta conoscere in Italia.

Prodigiosa pianista, attenta cultrice di poesia, filosofa e teologa pur senza diplomi ufficiali, Marija, nata a Nevel nel 1899, da una famiglia ebrea, colta e libera, educata da un padre medico dalla grande personalità, fu abitata fin dall’infanzia dalla presenza di Dio e seppe dargli risposta, tessendo la sua esistenza su di un perno che, dopo la sua conversione a vent’anni, si rivelò il nucleo del Vangelo: «Vivere facendo felici gli altri».

«Per me le persone esistono innanzitutto come portatrici di idee»: Marija Judina fu una calamita che attirò amicizie diverse e solide. Solo qualche nome per far comprendere il suo influsso e la carica che riceveva da questi legami: Bachtin,  Florenskij, Prokof’ev, Neuhaus, Šostakovi{l-ccaron}, Pasternak, Stravinskij, Berstein.

Come suonava la pianista Marija Judina? La sensibilità e la cultura di Florenskij non lasciano margine a dubbi quando se ne legge, in un biglietto inviato a sua moglie, il giudizio dopo averla ascoltata nell’eseguire Bach: «Il pianoforte a tratti ha un suono dolce e attutito come un clavicembalo, a tratti profondo e ridondante come un organo, oppure sobbalza bruscamente e sferza tutt’intorno senza pietà, sibila nell’aria come un frustino, e i suoni si riversano come una cascata di perline. Straordinario».

Marija scoprì la sua vocazione di musicista fin da giovanissima, bambina ricca di talento, e la coltivò fin dai tredici anni nel Conservatorio di Pietrogrado, giungendo a una precocissima maturità riconosciutale da tutti i critici, portando in sé però una sfumatura che l’avrebbe resa unica: «La musica — scrive un critico — diventò il suo “roveto ardente”, una visione che la accompagnò per tutta la durata del suo cammino di vita, svelandole la presenza di Dio».

Marija non ne faceva misteri e non si mimetizzava, gridava con tutta se stessa che «senza la preghiera non c’è vita, non c’è niente», quindi fu facile bersaglio nel 1930 della «Gazzetta rossa»: «Una tonaca in cattedra», lei donna vestita dimessamente che le fotografie ritraggono con le scarpe da ginnastica e un sottanone nero, ma che impavida proclamava la sua fede, pur ignorando la propaganda perché aliena alla Chiesa ortodossa cui apparteneva, e la fondeva pienamente con la musica, plasmando generazioni di giovani assetati di verità e depauperati dal regime comunista che voleva creazioni artistiche (meglio pseudoartistiche) che solo inneggiassero al marxismo.

Una volta tanto la fama non è solo deleteria e non corrode la purezza del dono artistico ma aiuta a preservare la vita e la libertà, per quanto condizionata dall’imposizione comunista che, però, per Marija Judina è sempre stata solo una sfida da superare e vincere costantemente con le armi silenziose della sua intrepidezza, delle sue parole vibranti e scagliate con forza, pagando quindi di persona, essendo allontanata ripetutamente dai conservatori, dal circuito dei concerti, ma non impedendole, nella sua difficoltà materiale, di escogitare il modo di guardare sempre agli altri e di soccorrerli.

Bachtin connotava la sua esecuzione cogliendone il temperamento naturale e artistico che la distingueva: «La forza. Non tenerezza, intimità e così via, ma la forza — non certo una forza brutale, ma la forza di spirito che le era caratteristica in sommo grado. Una come lei avrebbe potuto andare al rogo».

Marija Judina in tutta la vita coltivò «l’ispirazione che nasce dalla visione simbolica del reale» che conduce a percepire «la musica dell’icona della Trinità di Rublëv»

Lo stesso Boris Pasternak fu tratto in inganno dall’apparenza della donna dimessa «con un paio di scarpe scalcagnate e una camicetta più che modesta» che gli chiese di tradurre Rilke. Solo qualche settimana dopo a un concerto, da pianista educato ed esperto, rimase abbagliato dall’interpretazione e le inviò un biglietto: «Mi perdoni, non sapevo chi Lei fosse. Mi scriva, tradurrò tutto quello che vuole». Iniziò così una singolarissima amicizia, nutrita da vincoli di affinità e che portò lo scrittore a leggere nel misero alloggio della Judina i primi, esplosivi, capitoli del suo Dottor {U-Zcaron}ivago.

La reazione di Pasternak, dinanzi all’allibito Berstein che prima di un concerto indirizzò un saluto a Stravinskij e venne letteralmente bloccato dal ministro della cultura, svela la corrente che fluiva nell’animo dello scrittore e dell’amica pianista, ponendo anche un sigillo di somma libertà a un’epoca infamante per gli spiriti. Stravinskij, «genio dei geni» per Marija Judina perché «la sue Partiture sono scritte Ad majorem Dei gloriam», le fu grande corrispondente e amico.

Capitò anche a Stalin. Affascinato dall’ascolto dell’interpretazione del Concerto 23 K 488 di Mozart ne volle il disco… inesistente, di conseguenza la direzione della radio si affrettò, in una sola notte, a registrarlo e consegnarlo al dittatore ammirato che volle «premiare» la pianista con la forte somma di 20.000 rubli e ricevette una risposta inaudita per arditezza: «La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso, La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della mia parrocchia». Il testimone è Šostakovi{l-ccaron}.

La Judina non finì nel lager ma patì la fame perché viveva in miseria. Diciamo che se l’episodio non è «storico» — ma perché non credere a Šostakovi{l-ccaron} — e tuttavia tipico di questa donna che ignorava precauzioni e addomesticamenti per sopravvivere, per la quale «la musica è il prisma attraverso cui cogli il reale penetrandolo fino alla sua essenza, il Mistero divino».

La minima apertura del regime all’occidente spalancò a Marija Judina panorami assaggiati grazie alle sue amicizie internazionali che le avevano inviato spartiti, libri e le comunicavano la circolazione delle idee, questa esperienza la portò a formulare il suo respiro musicale in termini nuovi: «Suonare, suonare tra la gente e per la gente è possibile soltanto con il linguaggio e la tensione della nostra epoca».

Marija Judina lasciò la storia, il 19 novembre 1970, dopo averla innervata con la sua vita pervasa da una convinzione «l’uomo è fatto per ardere, donarsi, sacrificarsi», come scrisse Bachtin, per la felicità altrui.

Nel roveto ardente della musicaultima modifica: 2011-01-14T08:21:28+01:00da concettabomba
Reposta per primo quest’articolo
Questa voce è stata pubblicata in MEDITAZIONI e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento