LA QUINTA PAROLA…

 

“Onora tuo padre e tua madre”: tema della Giornata del dialogo

(17 gennaio)

 

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Sentirmi dire, apostrofandomi o mezza voce poco importa, “fasulla”! mi scatenerebbe delle reazioni, contenute per educazione ricevuta e, forse anche per un certo… callo alla virtù monastica, ma difficilmente digeribili.
Eppure, nei riguardi del popolo di Israele sono proprio… fasulla (però me lo dico da me stessa e allora lo pre-digerisco): “pasul” in ebraico sta per la scultura della divinità, quindi per mendace.
Per non sentirsi qualificare “fasullo/a” la conoscenza di Israele, dinamica, libera, capace d’inserirsi nella tradizione secolare e, preferibilmente, non solo nel corso di una giornata ma divenuta crescita di una postura, è essenziale.
Eccoci così a “Le Dieci Parole”. Da dove vengono o provengono?
Rabbi Ismael insegna: “In tre cose fu trasmessa la Torah, ed in particolare le Dieci Parole, che sono il cuore della Torah. Nel deserto, nel fuoco e nell’acqua. Per insegnarti che come queste cose sono state un dono gratuito per ogni uomo che venga nel mondo, così pure le parole della Torah sono un dono gratuito per ogni uomo che viene nel mondo”.
Dono gratuito da tramandare quale dono gratuito ai figli e ai figli dei figli. Il gioco non è verbale, cioè di parole incatenate ad un suono che ci si accontenta di pronunciare, ma fatti, perché parola, in ebraico “davar”, indica sia l’emissione del suono sia il fatto, reale e concreto, compiuto dalla persona. Da Mosé lo traiamo come insegnamento di vita, perché nel libro dell’Esodo rispose alla voce del tuono: “Faremo e ascolteremo”. L’Altissimo non ci dice chi sia Dio, ma che cosa Dio vuole da noi. Ed allora prima si fa, si compie, poi ci si china a pensare, a riflettere, a studiare. Non perché l’ebreo sia un pragmatico per il quale conti solo l’esito ma perché la sua fede, la sua “emunah”, non indica “credere”, ma fidarsi e confidare: il disegno misterioso dell’Altissimo si annuncia, può anche rimanere nascosto o incomprensibile, ma Egli lo ha detto e allora lo si fa. Da qui sgorga l’unica ragione persuasiva dell’accettazione.
La “Quinta” delle “Dieci Parole” suona: “Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che l’Eterno, l’Iddio tuo, ti dà”, l’unica parola che promette un premio, ambito e desiderato: felicità e vita più lunga.
Anche nella generazione il dono è gratuito, ma prima di diventare dono gratuito nella carne del figlio o della figlia, è dono gratuito dell’iniziativa dell’Altissimo che si china sull’uomo e sulla donna e concede che il loro amore diventi persona reale nella storia e per l’eternità.
Il figlio o figlia accoglie ma si trova legato, dolcemente legato, dalla riconoscenza che si esprime nell’onore, una parola che per i cristiani risuona nella traduzione latina di “Sanctus”, che in tutte le Messe si canta. Onore equivale a gloria, a peso, costituisce sia un vincolo di sangue, sia un vincolo di appartenenza all’Eterno, in quella catena di generazioni che si susseguono a generazioni.
La valenza non è emotiva o, quanto meno, psicologica, la valenza l’ha impressa Egli stesso e le fosche e tragiche vicende della Shoah l’hanno messa in risalto: è proprio un “fare”, non un pronunciare vaghe e buone parole.
Victor Frankl, illustre psichiatra e notevole studioso, avrebbe potuto salvarsi per meriti scientifici che anche gli aguzzini nazisti non potevano negare, ulteriore menzogna all’interno della grande menzogna dell’ideologia nazionalsocialista: l’ebreo, in qualche modo “utile”, veniva preservato dalla deportazione e piegato alle necessità della Germania nazista. Frankl non abboccò, non perché non fosse credulone, in ogni caso tentare sarebbe stato conveniente, ma perché l’onore dovuto agli anziani genitori veniva prima di se stesso. Deportato, sopravvisse e divenne il padre della logoterapia.
Etty Hillesum, sempre in conflitto con i genitori, attraverso il torchio nazista, maturò uno sguardo di verace com-passione e, pur potendosi ripetutamente salvare, non li abbandonò. Fu assassinata, proprio come loro.
Un “midrash”, un commento rabbinico, narra: “Quando gli Ebrei uscirono dall’Egitto portarono con sé due casse: in una si trovavano le ossa di Giuseppe e nell’altra le tavole con le Dieci Parole. Quando incontrarono nel deserto dei carovanieri che gli chiesero: ‘Che cosa c’è in queste due casse?’, gli Ebrei risposero: ‘Una è quella di un morto, l’altra è di Dio’. Quelli, meravigliati, replicarono: ‘Ma è conveniente per un morto viaggiare insieme con la presenza divina?’ E gli Ebrei risposero: ‘Costui ha osservato quello che sta scritto sulle tavole'”.
Giuseppe, Frankl, Hillesum e tanti altri come loro rimasti per noi ignoti, fasulli non furono: in loro e con loro possiamo anche noi non esserlo!

 

Cristiana Dobner

LA QUINTA PAROLA…ultima modifica: 2011-01-17T07:19:00+01:00da concettabomba
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