“OMNE QUOD MOVETUR AB ALIO MOVETUR”

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OVVERO DELL’IMMOBILITA’ (O MENO!) DI DIO 

 

Questo è quanto aveva affermato Aristotele prima di Tommaso: c’è un movimento eterno, dunque ci deve essere un Principio che ne sia causa, eterno anch’esso (altrimenti non sarebbe idoneo a spiegare tale movimento), immobile (altrimenti non potrebbe essere il “principio” del movimento), atto puro (altrimenti potrebbe non muovere). 

Tommaso è d’accordo e lo ribadisce nell’illustrare la prima via che prova l’esistenza di Dio: “E’ dunque impossibile che sotto il medesimo aspetto una cosa sia al tempo stesso movente e mossa, cioè che muova se stessa. E’ dunque necessario che tutto ciò che si muove sia mosso da un altro…è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio” (Tommaso D’Aquino, La somma Teologica, I, q. 2, a. 3). 

Ammesso che, come sostiene Tommaso, ci possa essere un consenso pressoché universale sul fatto che questo primo motore sia Dio, la questione si complica nel momento in cui si cerca di chiarire il rapporto tra “l’Immobile Primo” e “il tutto ciò che si muove” che viene dopo. 

Come dire: anche Aristotele chiama il Primo Motore Dio, che distingue da tutte le 55 intelligenze motrici affermando, così, una sorta di “monoteismo” (1076 a: “il governo di molti non è buono, uno solo sia il comandante”), ma ha bisogno di spiegare il suo rapporto con l’intero universo. 

Innanzitutto ci si chiede come possa, qualcosa che non si muova, causare movimento. La spiegazione che dà Aristotele risulta piuttosto affascinante e non priva di conseguenze argomentative.

Se il Primo Motore non può causare movimento in modo fisico, lo farà con l’essere “oggetto di desiderio”! Dio attrae come l’oggetto d’amore attrae l’amante. Ma nello Stagirita (così come nel pensiero greco) manca il concetto di “creazione”, pertanto permane un abisso tra il Primo Motore e tutto ciò che ne segue. L’immobilità di Dio è portato fino alle sue estreme conseguenze logiche: Dio è eterno, immobile, atto puro, pensiero di pensiero, pensiero di se stesso, in quanto è ciò che è “eccellente” in massimo grado. L’eccellente attrae, pur rimanendo “distaccato”, “separato” da ogni essere sensibile. 

Il Dio di Aristotele è “amato”, ma non è “amante”: è “oggetto” d’amore, ma non sarà “soggetto” d’amore. 

Ora ci chiediamo: e il Dio di Tommaso? 

Come per Aristotele, il Primo Motore è principio di causalità che, però, viene espresso in Tommaso con le categorie della “creazione”: in quanto tale il Dio di Tommaso non è più così distante dal mondo come lo è il Dio di Aristotele. 

Un Dio presentato come “pensiero di se stesso” appare d’acchito piuttosto inquietante, così diverso dal Dio di Gesù Cristo che corre incontro all’umanità, vive nella carne nel dono gratuito di sé per generare vita negli altri. Un Dio così fatto non sembrerebbe tanto “immobile” come lo pensava Aristotele!

A ben riflettere, però, qualcosa di quel Primo Motore Immobile potrebbe insegnare ad arginare quell’atteggiamento tanto diffuso del mercanteggiare con Dio. Ci siamo così abituati all’idea di un Dio che si “immischia” nelle faccende umane, che abbiamo finito per avanzare la pretesa di “addomesticare” Dio, di stringerlo con i nostri lacci, soggiogandolo come si fa con un animale da traino.

Si baratta al mercato delle “grazie” e dei “miracoli” per una salvezza a proprio uso e consumo: i primi venerdì del mese, i rosari, il cero a S. Antonio, la novena a Santa Rita, le processioni, le quarant’ore, le trasferte ai santuari, diventano troppo spesso dei mezzi per comprare il cielo, nella certezza che Dio possa essere piegato alle necessità del momento. 

Sarà, poi, vero che Dio interviene in maniera miracolosa nella vita di alcuni e rimane totalmente indifferente nei confronti di altri? 

Tirando le somme si potrebbero bilanciare le testimonianze di chi attesta una “presenza” provvidenziale costante, con quelle di chi dichiara la completa assenza di Dio dalla propria vita. 

Posto in questi termini, personalmente, ritengo più simpatico il Dio di Aristotele che pensa a se stesso, nella sua eccellenza, rispetto al Dio delle “indulgenze” a buon mercato! 

Dalla sua, il Dio di Aristotele, possiede la capacità di ricordare al credente di oggi la dimensione del limite umano, lasciando a Dio il ruolo di essere Dio dell’universo, il fine, per dirla con lo Stagirita, in vista di cui ogni cosa si muove, come “desiderio” di perfezione che mette in moto volontà e intelligenza verso quel bello e quel buono che sono in Dio.

Troppo spesso l’essere umano cerca di invertire i ruoli costringendo Dio a prestargli un servizio, piuttosto che servire lui stesso Dio!

Che alla base del pensiero di Aristotele ci sia una concezione dell’amore ereditato dal mondo greco (bisogno di…), conduce a ritenere l’atto primo del tutto autosufficiente, non bisognoso di ri-amare a sua volta. Il passaggio ad una concezione della divinità intesa come “pienezza che si dona” aggiunge quel movimento inverso del darsi per la vita di un altro.

Tutto ciò che si muove è mosso da altro; che quest’altro sia immobile o meno poco importa: di sicuro non si lascia piegare ai miseri progetti di ogni essere umano che pensa di riuscire ad averlo in pugno con una manciata di “ave Maria”…

M. CONCETTA BOMBA  

“OMNE QUOD MOVETUR AB ALIO MOVETUR”ultima modifica: 2012-01-07T10:57:33+01:00da concettabomba
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