CONVEGNO DI MARIOLOGIA CARMELITANA

 

Pubblichiamo un’ampia sintesi della relazione presentata da A. Guerriere e C. Bomba al Convegno di Mariologia, Presenza e Ruolo di Maria negli Ordini Carmelitani, tenutosi nel Santuario S. Maria Madre della Chiesa (Jaddico Brindisi) dal 19 al 23 giugno 2013 e organizzato dalla Provincia Napoletana dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi.

 

 

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ESSERE COME MARIA.

 

IL CARMELITANO IN CAMMINO NEL TERZO MILLENNIO

 

Concetta Bomba OCDS e Amedeo Guerriere OCDS

 

 

 

Qual è il posto di Maria nella vita del carmelitano? Una domanda cui tenteremo di rispondere più che un contributo di taglio sistematico, con un’articolata riflessione sul nostro cammino spirituale come membri dell’Ordine Secolare dei Carmelitani Scalzi (OCDS). Pur con tale impostazione, si impone però come ineludibile, in via preliminare, una breve analisi di una situazione socio-culturale, quella attuale, inedita e sicuramente più problematica, anche rispetto a un recente passato, per quanto concerne l’essere cristiani. Inoltre è evidente come alcune devozioni mariane corrano il rischio di essere anacronistiche in un’epoca che ha preso congedo da un assetto socio-economico in cui la donna era relegata in una posizione di marginalità sociale e di sottomissione agli uomini Nondimeno è indubitabile che, almeno in Occidente, il superamento, fatto in sé positivo, delle strutture patriarcali con il riconoscimento dell’uguaglianza tra uomo e donna si è svolto all’interno di un più ampio processo di secolarizzazione che ha condotto a ritenere Dio un’ipotesi inutile per la comprensione della realtà e dell’uomo, affidata interamente alle scienze esatte e umane. Nel mondo emancipato e rischiarato dalla ratio illuministica la dipendenza creaturale da Dio viene avvertita come un impedimento alla piena realizzazione di sé. Non c’è posto per Dio in una società sedotta del sogno prometeico dell’abolizione della differenza tra uomo e Dio. Non vi è chi non veda che la negazione di Dio si è risolta in ultima istanza in una catastrofe antropologica di immani proporzioni. L’essere umano diventa misura di tutte le cose e ad un tempo viene ridotto ad un fascio di pulsioni e di desideri. La libertà viene identificata con il conseguimento del piacere illimitato, senza vincoli di sorta e la ragione viene ridotta a strumento di misurazione e di manipolazione della natura umana e non, in quanto ritenuta impossibilitata a trascendere i dati empirici per attingere i valori ultimi e il fondamento ontologico della realtà. La razionalità strumentale e calcolante, che residua dal crollo, sotto le dure repliche della storia, delle grandi narrazioni ideologiche degli ultimi secoli, celebra i suoi fasti con il trionfo dell’ontologia debole, del soggettivismo e del relativismo etico. La globalizzazione neocapitalista consegna interi popoli ad un destino ineluttabile di povertà, sfruttamento e brutale sottomissione alle esigenze del mercato. Anche nel ricco occidente la povertà inizia a colpire duramente, in questo tempo di crisi economica, sempre più larghe fasce della popolazione. E’ l’eclissi del mito della crescita infinita ed è la crisi della scienza economica borghese con i suoi astratti modelli concettuali. A ciò è da aggiungere che la lacerazione del tessuto delle relazioni interpersonali e il venir meno del senso di appartenenza ad una comunità di destino consegnano l’uomo – ontologicamente essere in relazione – all’isolamento monadologico e all’egolatria. Si può dunque affermare che con la morte di Dio viene meno anche la speranza, precipitando l’essere umano nell’abisso della disperazione mortale (…..). I discepoli di Gesù non possono restare indifferenti di fronte a tale situazione, rifugiandosi nei cieli rarefatti di una rassicurante interiorità. Ne deriva la necessità di cogliere i segni dei tempi lasciandosi interpellare dalla Parola di Dio per essere contemplativi nel mondo, dentro le drammatiche contraddizioni della nostra epoca.

 

Vale a dire, occorre che la nostra contemplazione sia impegnata nella trasformazione del mondo secondo il progetto d’amore Dio, ponendosi come segno di contestazione profetica dello status quo. “Il vero contemplativo è una persona impegnata nella storia. Diventa contemplativo lavorando in favore del progetto di Dio, del Regno di Dio. Certo ha bisogno di momenti di preghiera, altrimenti non riesce poi a scoprire, ad avere quella sensibilità, quello sguardo contemplativo ( C. Maccise)La dimensione mariana del Carmelo è intimamente connessa a questo impegno volto all’annuncio della Buona Novella del Regno che germoglia e fiorisce sul terreno della relazione d’amicizia con Dio. Nel Carmelo Maria è stata vista sempre, pur nel variare dei codici linguistico-simbolici, come modello dell’autentico discepolo del Signore, come colei che “ascolta la parola di Dio nella scrittura e nella vita, che crede nella parola di Dio e che ne mette pratica l’esigenza. Una persona che è vicina agli altri, la povera e semplice donna di Nazareth”. Ai fini di una puntuale delineazione delle caratteristiche mariane della vita carmelitana ci sembrano opportune alcune sintetiche annotazioni sulla riflessione teologica mariana sviluppatasi a partire dal Concilio Vaticano II, la cui decisione di ricomprendere la mariologia nell’ecclesiologia ha rappresentato uno snodo fondamentale. “L’inserimento della mariologia nella Costituzione Lumen Gentium, pose fine a tutte le speculazioni su un <<dogma della corredenzione>>. Maria rientra nella teologia non perché è la madre del Salvatore in senso biologico, ma perché rappresenta quell’Israele che dice <<sì>> al Dio dell’Alleanza. Maria è l’<<abbozzo>> immacolato dell’uomo redento”…. (K. H. Menke). La scelta conciliare ha sbarrato la strada al tentativo di porre Maria sullo stesso piano di Cristo, rifiutando di attribuirle il titolo di corredentrice e relativizzandone il titolo di mediatrice, collocato insieme ad altri titoli sul piano non della dottrina ma della pietà (LG 62).Il capitolo VIII della Lumen Gentium ritorna alle fonti bibliche e patristiche per delineare il significato di Maria in rapporto a Cristo e alla Chiesa. La funzione materna di Maria in alcun modo “oscura o diminuisce l’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia”. E’ questo il principio ermeneutico che sostiene tutto il Capitolo VIII e che rende ragione del fatto che Maria è vista come il modello della Chiesa pellegrinante.(….) La riflessione teologica post-conciliare su Maria si è spinta molto avanti, non di rado fraintendendone i significati, lungo i sentieri aperti dalla Lumen Gentium, nell’ambito della teologia femminista e della liberazione, “Maria donna profetica di liberazione”.Non c’è qui spazio per una organica disamina critica della lettura femminista che talora, nel suo contrapporsi all’immagine mariana tradizionale di conio patriarcale, ha assunto tesi estreme come quella secondo cui la mariologia tradizionale è stata costruita interamente a partire dal postulato della radicale peccaminosità della sessualità femminile.

 

Tuttavia c’è un filone della riflessione femminista che non può essere ignorato per un approccio che consenta di andare al di là sia della “mistica della femminilità”, sia di alcune escrescenze devozionali cresciute a dismisura nel corso dei secoli, fino al punto da un lato di compromettere di fatto l’unicità della mediazione salvifica di Gesù e dall’altro di essere funzionali alla legittimazione dell’ordine kyriarcale.

 

Una delle teologhe più rappresentative di tale filone è sicuramente Elizabeth Johnson che, nel suo stupendo libro Vera nostra sorella. Una teologia di Maria nella Comunione dei santi (Queriniana, Brescia 2005), si propone di “esplorare una nuova via di approccio a Maria, fondata sulla Scrittura, la liturgia e l’antica predicazione cristiana”. In altre parole, E. Johnson si accosta a Maria “come a un concreto essere umano”, per scoprire che “anche lei ha lottato, che il suo stesso pellegrinaggio di vita, secondo la poetica espressione del Vaticano II, fu un pellegrinaggio di fede, che comprendeva il soggiorno nell’oscura notte della fede”. Sicuramente questo orientamento verso una teologia di Maria, dove “la visione unificante sta nell’interpretarla come amica di Dio e come profeta, entro la cerchia di tutti coloro che cercano Dio, la compagnia dei santi morti e viventi”, è molto più vicino alla sensibilità degli uomini e delle donne del XXI secolo. D’altronde l’impostazione della Johnson e di altre teologhe femministe che mirano a liberare Maria dalla camicia di nesso della teologia androcentrica si colloca per molti aspetti nel solco tracciato dell’Esortazione Apostolica Marialis Cultus di Paolo VI, secondo cui “Maria di Nazaret, pur completamente abbandonata alla volontà del Signore, fu tutt’altro che donna passivamente remissiva o di una religiosità alienante, ma donna che non dubitò di proclamare che Dio è vindice degli umili e degli oppressi e rovescia dai loro troni i potenti del mondo (cfr. Lc 151-53) (n 37)……E così siamo come sospinti verso il cuore mariano della spiritualità carmelitana, come evidenziato anche dalle Costituzioni dell’Ordine Secolare dei Carmelitani Scalzi: “Nel dinamismo intimo della sequela di Gesù, il Carmelo contempla Maria come Madre e Sorella, come “modello perfetto del discepolo” del Signore e, pertanto modello della vita dei membri dell’Ordine. La Vergine del Magnificat annuncia la rottura con il vecchio mondo e l’inizio di una storia nuova, nella quale Dio rovescia dal trono i potenti ed esalta i poveri. Maria si mette dalla loro parte e proclama il modo di agire di Dio nella storia. Maria è per il Secolare un modello di donazione totale al Regno di Dio” ( n. 49). Emergono così le due dimensioni costitutive della nostra spiritualità mariana. La prima dimensione attiene alla preghiera. Maria è stata innanzitutto una grande orante, in cui la vita si è fatta preghiera e viceversa. Volgere lo sguardo a Maria significa essere come lei, uomini e donne che si lasciano impregnare dalla Parola di Dio, Gesù Cristo, Verbo incarnato, che ci rivela nello Spirito qual è il disegno d’amore di Dio su di noi. La preghiera, come relazione d’amicizia con il Dio Amore che ci ha tratti dal nulla e ci conserva nell’essere, deve situarsi sempre di più al centro della nostra vita, determinando le modalità della nostra lettura degli eventi e della nostra relazione con gli altri.

 

La seconda riguarda l’impegno apostolico che scaturisce per intima necessità da un’esistenza vissuta come consegna di sé a colui da cui sappiamo di essere amati e che spinge a entrare con passione nel mondo dei sofferenti e degli emarginati. Chi ha fatto esperienza dell’amore di Dio diviene inevitabilmente un essere che vive solo di amore: la sua postura esistenziale è quella gratuità, del dono di sé all’altro, senza chiedere nulla in cambio, minando così alla radice la logica dell’economia capitalista dello scambio degli equivalenti.

 

Il carmelitano è chiamato a non dimenticare la sua storia per immaginare modalità nuove di declinazione del proprio carisma.

 

Una storia di cui Teresa d’Avila costituisce una della figure più significative. Una donna del ‘500 che, profeticamente, ha aperto nuovi spazi e cercato nuove possibilità per l’ideale della “donna orante”. L’ambiente in cui nasce e si forma Teresa d’Avila è caratterizzato dalla discriminazione ed emarginazione delle donne, il cui ruolo consisteva esclusivamente nel partorire il maggior numero di figli, dato l’elevato tasso di mortalità infantile.

 

Teresa è consapevole delle limitazioni che il suo ambiente le impone e lotta contro tale subordinazione della donna all’uomo, come appare con chiarezza in questo passo del Cammino di Perfezione (Codice Escorial), che è stato ritenuto un “precocissimo manifesto femminista”, “un pezzo di femminismo radicale” (T. Egido): “Voi mio creatore, non siete un ingrato, perché io possa credere che tralascerete di fare ciò di cui vi supplicano. Signore dell’anima mia, quando eravate su questa terra, non avete disprezzato le donne quando eravate nel mondo, anzi le avete sempre favorite con molta benevolenza ed avete trovato in esse tanto amore e più fede che negli uomini. Infatti, vi era fra loro la vostra santissima Madre, grazie ai cui meriti e per poter portare il suo abito portiamo ciò che abbiamo demeritato per le nostre colpe…[Signore], nel mondo avete onorato le donne…Vi sembra impossibile che non facciamo qualcosa di valido per voi in pubblico, che non osiamo parlare di alcune verità che piangiamo in segreto e che una nostra così giusta richiesta non venga esaudita da voi? Io non lo credo, Signore, e mi affido alla vostra bontà e giustizia. Voi siete il giudice giusto e non fate come i giudici del mondo – i quali come figli di Adamo sono tutti maschi – che ritengono sospetta la virtù praticata dalla donna”. Teresa Entra in conflitto con la mentalità del suo tempo che guarda con sospetto la donna che fa “orazione”, che, cioè, non si limita alla preghiera vocale, ma che aspira ad un legame intimo d’amicizia con Gesù Cristo.

 

Scoprire nel rapporto d’amicizia con Dio chi è colui con il quale si parla è sottrarsi all’ordine patriarcale, riconoscendo un Dio Signore che accoglie chiunque…. Scoprire “chi si è”, conoscendosi  dentro un legame di amicizia, crea il presupposto per l’apertura di uno spazio di liberazione contro ogni forma di intromissione, restrizione o condizionamento umano.

 

Dentro tale spazio orante di coscientizzazione e di conseguente riappropriazione del proprio ruolo nella comunità di appartenenza, Maria è percepita come figura che, nel mostrare se stessa come donna autenticamente orante, sprona ogni carmelitana/o a spalancare le porte della propria cella per divenire, in una stagione di povertà spirituale, culturale, economica e politica, “agitatrice/agitatore”  di coscienze, promotrice/promotore di azioni concrete che siano in grado di trasformare la società.

 

Con un salto di quattro secoli arriviamo a Teresa di Lisieux, insofferente di una predicazione tutta centrata sul meraviglioso e lo straordinario che avrebbero caratterizzato la vita di Maria, rendendola così inarrivabile e inimitabile. “Perché una predica sulla Santa Vergine mi piaccia e mi faccia bene, bisogna che veda la sua vita reale, non supposizioni sulla sua vita; e sono sicura che la sua vita reale doveva essere semplicissima. La presentano inavvicinabile, bisognerebbe mostrarla imitabile far risaltare le sue virtù, dire che viveva di fede come noi….E’ bene parlare delle sue prerogative, ma non bisogna dire soltanto questo, e se, in una predica, si è obbligati dall’inizio alla fine, a esclamare e a fare Ah!Ah! Se ne ha abbastanza!”

 

In tal modo balzano in primo piano i valori di una tradizione che ha invocato la Vergine Maria come madre e sorella, e che ci chiama nel presente a quello sforzo necessario “per creare fraternità e sororità capaci di rispettare l’uguaglianza, la corresponsabilità e la complementarietà”, sforzo che “da una parte può renderci aperti ad accogliere le giuste critiche o anche la rabbia delle donne e allo stesso tempo può aiutarci a non lasciarci coinvolgere in sistemi ingiusti di dominazione”(Ch. O’ Donnell).

 

Particolarmente chiarificatrice è a tal proposito la Lettera dei Superiori Generali Joseph Chalmers, O.Carm. e Camilo Maccise, O.C.D. in occasione del 750° Anniversario dello Scapolare,“Con Maria, la Madre di Gesù”.

 

Una lettera in cui si ribadisce che “Il Carmelo guarda a Maria come ad una Madre, Patrona, Sorella e Modello, particolarmente associato alla comprensione di Maria come Vergine Purissima”, intendendoli non come titoli meramente devozionali ma quali espressioni oltremodo significative dell’esperienza vissuta dai carmelitani nel corso dei secoli. Fra tali titoli, nell’ottica dell’attualizzazione del nucleo vitale del nostro carisma e della sua inculturazione, appare sommamente opportuno approfondire e sviluppare il titolo di sorella che “Coglie l’idea, sottostante anche al titolo di Patrona, della tenera assistenza di Maria e di una facile ed intima relazione tra i Carmelitani e la Madre di Dio”. Maria dunque come sorella maggiore che ci precede nel cammino verso la maturità della fede.

 

Sotto questo aspetto è da sottolineare che “oggi si dà particolare rilievo al viaggio spirituale verso la maturità. In tale prospettiva Maria può essere vista non soltanto come Madre, ma anche compagna. Come in termini umani una madre può diventare anche sorella e amica senza cessare di essere madre, così avviene con Maria…. Un’unione con Maria non finisce con lei, ma tende necessariamente all’unione con Cristo attraverso lo Spirito Santo”. Ci sembra feconda di sviluppi creativi, anche sul piano del rinnovamento della pietà popolare, l’immagine della Vergine come colei che ci accompagna nella salita del Monte.

 

Una spiritualità mariana così caratterizzata è in profonda sintonia con la visione conciliare secondo cui “La Madre di Gesù….sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore (cfr. 2Pt 3,10)” (LG n. 68).

 

Ridestare la speranza nel cuore dell’uomo è un compito ecclesiale urgente in un’epoca in cui l’essere umano, dopo le catastrofi che hanno segnato il ventesimo secolo, non spera più in nulla e guardando al passato vede solo macerie, giungendo alla triste conclusione che la storia dell’umanità è stata in ultima analisi una catena ininterrotta di misfatti, di brutale violenza e di oppressione dei poveri. E‘ questa la tristezza di fondo dell’uomo contemporaneo, che spiega per molti aspetti perché alcuni disturbi psicopatologici (depressione, ansia, dipendenza da sostanze stupefacenti, gioco d’azzardo patologico), siano diffusi e in costante crescita….Siamo in altre parole chiamati a rivolgerci a Maria come sorella e donna della speranza, ancorandoci alla testimonianza scritturale

 

Da tale punto di vista il cantico, che tuttora alimenta la preghiera della Chiesa, il Magnificat, può costituire una porta di accesso pedagogicamente appropriata a una mariologia biblicamente fondata.

 

Il Magnificat è stato definito “un canto di guerra, canto della battaglia di Dio nel cuore della storia umana, come battaglia per l’instaurazione di un mondo di rapporti egualitari, di profondo rispetto di ciascun essere, in cui abita la divinità” (I. Gebara – M.Clara Bingemer)

 

Il cantico di Maria, che pare quasi erompere dal suo corpo gravido, si impone con la forza di un messaggio proclamato coraggiosamente da chi, donna, ha consapevolezza di essere testimone di un nuovo inizio della storia; un canto che “rimane lì, per gridare per sempre l’azione di Dio tra gli uomini e le donne, e per annunciare per secoli che i potenti saranno abbattuti, i ricchi saranno spogliati e che i piccoli/umili e poveri debbono essere ricompensati nella dinamica del regno di Dio, incarnata dalla comunità dei credenti”(C. Navia Velasco) ….. Ne consegue la necessità di lasciar interagire nella nostra esistenza le due dimensioni del Magnificat, quella orante e quella socio-liberatrice, espressione, quest’ultima, dell’amore cristiano in quanto opzione preferenziale per i poveri. Si legge nell’enciclica di Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater :“Attingendo dal cuore di Maria, dalla profondità della sua fede, espressa nelle parole del Magnificat, la Chiesa rinnova sempre meglio in sé la consapevolezza che non si può separare la verità su Dio che salva, su Dio che è fonte di ogni elargizione, dalla manifestazione del suo amore di preferenza per i poveri e gli umili, il quale, cantato nel Magnificat, si trova poi espresso nelle parole e nelle opere di Gesù. La Chiesa, pertanto, è consapevole – e nella nostra epoca tale consapevolezza si rafforza in modo particolare – non solo che non si possono separare questi due elementi del messaggio contenuto nel Magnificat, ma che si deve, altresì, salvaguardare accuratamente l’importanza che “i poveri” e “l’opzione in favore dei poveri” hanno nella parola del Dio vivo. Si tratta di temi e problemi organicamente connessi col senso cristiano della libertà e della liberazione. Totalmente dipendente da Dio e tutta orientata verso di lui per lo slancio della sua fede, Maria, accanto a suo Figlio, è l’icona più perfetta della libertà e della liberazione dell’umanità e del cosmo. È a lei che la Chiesa, di cui ella è madre e modello, deve guardare per comprendere il senso della propria missione nella sua pienezza” (n.37). Si può pertanto affermare che se non si legge il Magnificat “a partire dal luogo dei poveri – luogo privilegiato ancorché non esclusivo – non si riuscirà a imparare tutta la forza liberatrice che freme in questo canto, correndo il rischio di scivolare e cadere in un lettura astratta e intimista” (C. Boff).

 

Il pietismo devozionistico è ancora largamente presente nelle nostre comunità, il che ci porta non di rado ad estraniarci dalla realtà. Ripiegati su noi stessi, percorriamo le strade del mondo indifferenti a tutto ciò che vi accade, come se l’impegno sociale e politico fosse una tentazione demoniaca o un tradimento della nostra vocazione carmelitana. Non è arrischiato, invece, ritenere essenziale per una lettura corretta del Magnificat l’appropriazione critico-creativa dei nuovi orizzonti teologico-spirituali ed ermeneutici dischiusi dalla teologia femminista e dalla mariologia sociale, che mira a “rilevare i significati spirituali e morali che il riferimento alla Vergine può dare all’attività sociale e politica”. Da qui la rilevanza del Magnificat, che è la preghiera di “una povera contadina galilea del primo secolo”: un grido di gioia messianica, una proclamazione della grandezza di Dio, che ascoltando il grido degli oppressi e dei poveri scende per liberarli mediante il rovesciamento di un ordinamento socio-politico ingiusto. “In ogni società chi è nel bisogno sente in questo cantico una benedizione: la donna maltrattata, la ragazza-madre senza risorse, chi non ha cibo sulla tavola o neppure una tavole, la famiglia senza casa, i giovani abbandonati ai loro sbandamenti, gli anziani che vengono messi in disparte – tutti coloro che sono soggetti al disprezzo sociale sono compresi nella speranza proclamata da Maria” (E. Johnson). Ecco dunque individuati i presupposti per una rivitalizzazione della nostra spiritualità mariana: stare in una relazione di intimità con la Vergine per farne il paradigma vivente della nostra sequela Christi. Attraversiamo, riprendendo le considerazioni iniziali, tempi difficili. Siamo giorno dopo giorno chiamati a confrontarci con un mondo disumano e brutale, senza misericordia. Ora in questo tornante della storia, in cui è in gioco il futuro dell’umanità e del pianeta terra, “Maria ci mostra come ascoltare la Parola di Dio nella Scrittura e nella vita stessa, come essere aperti a Dio e vicini alle necessità dei nostri fratelli e sorelle, in un mondo dove una multiforme povertà strappa loro la dignità.” (Con Maria, la Madre di Gesù, n. 31).

 

Maria ha incarnato nella sua umile esistenza quei valori oggi ignorati se non apertamente disprezzati: il nascondimento, l’umiltà, l’accoglienza, la compassione, la misericordia, la povertà, la verginità e la libertà nella dedizione incondizionata alla causa del Vangelo. Valori, dunque, che devono diventare, se vogliamo essere come Maria la trama costitutiva del nostro quotidiano, per condividere fino in fondo la povertà materiale e/o spirituale degli altri: trafitti nel profondo del cuore dalla loro stremata sofferenza e dal loro indicibile dolore. Uomini e donne pronti a prendersi cura degli altri poiché capaci di muoversi a compassione. Si tratta di vivere, in definitiva, secondo lo spirito dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza e delle Beatitudini, nell’amore di Dio, nel distacco e nella relativizzazione, al di là di ogni borghese istinto proprietario, dei beni mondani, e nella risposta alla chiamata di Dio che ci parla attraverso gli ultimi e i derelitti. C’è una verginità ontologica dell’essere umano che risiede nel suo essere fatto, sposato o celibe, per Dio, il che significa che “l’essere persona comporta necessariamente un’ultima solitudine” (Duns Scoto) che può essere colmata solo da Dio e che rende ogni amore umano, anche il più travolgente, attraversato dalla nostalgia dell’Amore infinito, segnato dalla fragilità e strutturalmente incapace di arrivare nel rapporto con l’amato/a al fondo della sua interiorità.

 

C’è la povertà che diviene opzione affettiva per i poveri e c’è a un livello ancor più profondo l’indigenza dell’essere umano, nella percezione bruciante della propria finitudine e nella distretta del cuore che anela all’infinito.

 

C’è il vivere in ossequio di Gesù Cristo che si fece obbediente fino alla morte e alla morte di Croce, attraversando la notte oscura della fede.

 

C’è infine la proclamazione delle beatitudini evangeliche, nell’opposizione profetica alla logica del profitto e della mercificazione dell’eros e dei corpi delle donne e degli uomini.

 

Il cammino che ci attende non è privo di asperità, ma è un cammino verso la felicità, insieme a Maria di Nazareth, nostra sorella e compagna di lotta per l’edificazione di una società più giusta, nell’attesa del ritorno glorioso del Signore Gesù.

 

 

 

CONVEGNO DI MARIOLOGIA CARMELITANAultima modifica: 2013-06-25T15:57:44+02:00da concettabomba
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